LE SCINTILLE DI FUTURO DI GIOVANNI FALCONE E IL MAXIPROCESSO DI PALERMO di Monica Cocconi

di BorgoAdmin

Ci sono oggetti che raccontano una storia, una relazione, una promessa. E qualche volta riescono a dire più di molte parole. Il Presidente Pietro Grasso, all’Università di Parma, venerdi scorso, presentato dal Magnifico Rettore e dal prof. Persio Tincani, ha portato con sé uno di questi oggetti: un piccolo accendino d’argento che Giovanni Falcone gli affidò poco prima di morire. Non glielo regalò. Glielo affidò. La differenza è importante. Falcone aveva deciso di smettere di fumare. Consegnò l’accendino a Grasso chiedendogli di custodirlo: se avesse ricominciato, sarebbe tornato a riprenderlo. Ma quell’incontro non ebbe un seguito. Pochi giorni dopo, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro furono uccisi nella strage di Capaci. Da allora quell’accendino è rimasto nelle mani di Pietro Grasso. È diventato la traccia materiale di una storia che la morte non ha potuto interrompere del tutto. Un oggetto minimo, quasi banale, che porta con sé l’assenza di un uomo e, insieme, la responsabilità di chi resta.

È difficile immaginare un’immagine più semplice e più potente per comprendere che cosa significhi la memoria. All’Università di Parma Grasso è tornato a parlare di quegli anni e del Maxiprocesso, a partire dal suo libro ’U Maxi. Dentro il processo a Cosa Nostra. Lo ha fatto non soltanto da testimone di una stagione decisiva della storia giudiziaria italiana, ma da uomo che quella storia l’ha attraversata personalmente: giudice a latere del Maxiprocesso, poi procuratore della Repubblica di Palermo e Procuratore nazionale antimafia. L’incontro all’Università di Parma ha consentito così di riportare il Maxiprocesso fuori dalla dimensione del racconto storico per restituirlo alla concretezza delle persone, delle decisioni, delle paure e delle responsabilità. Il Maxiprocesso non fu soltanto un enorme procedimento giudiziario. Fu anche la dimostrazione che lo Stato poteva conoscere, ricostruire e giudicare un fenomeno criminale che per lungo tempo era stato considerato quasi inafferrabile. Le carte, le indagini, il lavoro collettivo dei magistrati e degli investigatori trasformarono una conoscenza frammentaria della mafia nella rappresentazione giudiziaria di un’organizzazione strutturata e gerarchica. L’archivio digitale realizzato dalla Fondazione Scintille di Futuro conserva oggi molti di quei documenti e li propone come una parte della memoria civile del Paese.

Ma forse il senso più profondo della testimonianza di Grasso non sta soltanto nella ricostruzione di ciò che accadde allora. Sta nella domanda che quella storia consegna a noi. Che cosa facciamo oggi di quella memoria? È una domanda tutt’altro che scontata. Perché ricordare Falcone e Borsellino non significa soltanto pronunciare i loro nomi nelle commemorazioni, ripetere le date delle stragi o riconoscere il loro valore. Significa interrogarsi su ciò che rende possibile, nel presente, una cultura delle istituzioni, della responsabilità e della legalità. L’accendino racconta proprio questo passaggio. Falcone lo affidò a Grasso per poterlo riavere. Non è potuto accadere. E ciò che avrebbe dovuto essere restituito al suo proprietario è rimasto invece nelle mani di altri. Da allora quell’oggetto ha assunto un significato diverso: non più la custodia temporanea di un bene personale, ma quella permanente di una memoria. È anche per questo che Grasso ha chiamato la propria Fondazione “Scintille di futuro”. Il nome nasce precisamente da quell’accendino, dalla storia personale che lo lega a Falcone e dalla volontà di trasformare la memoria in un impegno rivolto alle nuove generazioni.

La parola “futuro”, in questo contesto, è decisiva. Una memoria che guarda soltanto al passato rischia di diventare celebrazione. Una memoria che si interroga sul futuro diventa invece responsabilità. È questo, forse, il messaggio più importante che può arrivare dall’esperienza di uomini come Falcone, Borsellino e dello stesso Grasso: la legalità non è una condizione acquisita una volta per tutte. È un lavoro quotidiano. È fatta di competenze, di istituzioni che funzionano, di cittadini consapevoli, di persone che scelgono di non voltarsi dall’altra parte. La stessa Fondazione Scintille di Futuro insiste sull’idea di un’antimafia che non appartiene soltanto ai tribunali o alle grandi battaglie pubbliche, ma si costruisce anche nei comportamenti quotidiani e nella capacità delle comunità di assumersi una responsabilità condivisa. Per questo l’immagine dell’accendino è più efficace di molte celebrazioni. Una piccola fiamma non illumina da sola un’intera città. Ma può essere trasmessa. Può accenderne un’altra. E poi un’altra ancora. È questa la sfida della memoria: non conservare una fiamma sotto una teca, ma impedire che si spenga.

A Parma, il racconto di Pietro Grasso ha avuto allora un significato che è andato oltre la presentazione di un libro. Ha riportato dentro uno spazio universitario una parte fondamentale della storia della Repubblica e ha ricordato che le istituzioni non sono entità astratte: sono fatte di uomini e donne chiamati, in momenti diversi, a scegliere da che parte stare, a svolgere fino in fondo il proprio compito, a non considerare normale ciò che non lo è. E forse proprio per questo, alla fine, resta nella memoria non soltanto ciò che Grasso ha raccontato del Maxiprocesso, ma quel piccolo oggetto che Giovanni Falcone gli affidò. Un accendino. Una promessa che non poté essere mantenuta. Una memoria che non ha smesso di chiedere responsabilità. Una piccola fiamma che, ancora oggi, può essere consegnata a qualcun altro.

 

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