LE (BUONE) AZIONI DELLA PACE  di Riccardo Campanini

di BorgoAdmin

I mercati credono alla fine della guerra”. Titolava così alcuni giorni fa in prima pagina un quotidiano nazionale, riferendosi alla speranza di un’imminente fine delle ostilità tra Usa, Israele e Iran e al conseguente rimbalzo in positivo delle Borse dopo alcune sedute caratterizzate da forti ribassi. Ovviamente – giusto per sgombrare il campo da illusioni – questa tendenza dei mercati non ha nulla che vedere con un qualche anelito pacifista o umanitario, ma, ben più prosaicamente, con i problemi causati all’economia globale dal conflitto in Medio Oriente, in particolare per quanto riguarda l’approvvigionamento di petrolio e di altre materie prime fondamentali. Eppure, se si guarda alla storia degli ultimi secoli, non vi è dubbio che i periodi di maggiore prosperità economica dell’Occidente siano coincisi, e non certo per caso, con epoche caratterizzate da una quasi totale assenza di conflitti armati: ad esempio, quella che va dal 1870 allo scoppio della Prima guerra mondale, e successivamente la seconda metà del XX secolo. Va aggiunto, per completezza di informazione, che l’altra faccia della medaglia di questa assenza di guerre dirette tra gli Stati europei (e nordamericani) è stata la proliferazione di conflitti in Africa e in Asia, da quelli coloniali di fine ‘800 a quelli dell’epoca della Guerra fredda; ma restando “a casa nostra” è è evidente l’esistenza di una stretta correlazione tra assenza di conflitti e sviluppo economico. Naturalmente vi sono settori produttivi e finanziari che invece “tifano” per la guerra, in particolare quelli legati agli armamenti, in cui sono coinvolte anche numerose attività di ricerca e di innovazione tecnologica; ma nel complesso si può dire che la parte più consistente del mondo produttivo ha tutto da guadagnare con la pace e tutto da perdere con la guerra, come dimostrano appunto i pesanti contraccolpi sull’economia mondiale causati dalla guerra contro l’Iran.

Queste considerazioni, apparentemente ovvie, contrastano però con quella rappresentazione ricorrente, a volte con accenti quasi caricaturali, del capitalista avido e senza cuore che si arricchisce a colpi di disgrazie altrui, e di guerre in particolare.  Non che non ne esistano, naturalmente, eppure lo stesso si potrebbe dire di quei politici (e non sono pochi) che speculano elettoralmente su fatti di cronaca e persino su eventi atmosferici; ma non per questo sarebbe corretto affermare che tutta la classe politica è composta di “avvoltoi” che si compiacciono della sofferenza e dei lutti dei cittadini…La questione va invece rovesciata, ovvero chiedersi come mai quella parte (maggioritaria) del mondo imprenditoriale che vorrebbe la pace non riesca a far valere le sue ragioni, nonostante disponga di potenti mezzi non solo economici – basti pensare al settore-chiave dell’informazione.  E la stessa cosa si potrebbe dire anche per altre questioni, ad esempio quella della sostenibilità ambientale, rispetto alle quali tante industrie e attività produttive sono decisamente più avanti rispetto ai Governi nazionali, ma non riescono ad incidere più di tanto sulle scelte di questi ultimi.

Negli anni del boom economico andava di moda la frase “quel che va bene alla FIAT va bene all’Italia”, un modo un po’ paradossale ma efficace per esprimere la consonanza tra le esigenze della grande industria e quelle del Paese nel suo insieme. Quell’epoca è ormai tramontata, oggi il sistema industriale e produttivo è radicalmente cambiato, ma è sufficiente guardare al nostro territorio e alle tante imprese leaders nel campo dell’innovazione, della sostenibilità, del welfare aziendale per capire quanto sarebbe utile un “patto” tra pubblico e privato, mondo produttivo e politica, ovviamente non in termini di “asservimento “ di quest’ultima, bensì nell’ottica di individuare insieme obiettivi e strategie per il futuro del Paese.  Anche perché, con tutto quello che sta succedendo, per capire dove andrà il mondo e cosa fare per essere al passo coi tempi serve davvero un’impresa – anzi, più di una una, se possibile.

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