Borgo NewsI ponti L’AMORE NON È MAI ASTRATTO: LA LEZIONE MIGLIORE DI ENZO BIANCHI di Monica Cocconi di BorgoAdmin 16 Settembre 2026 di BorgoAdmin 16 Settembre 2026 347 Se Wendell Berry ed Enzo Bianchi non fossero scomparsi a poche ore di distanza, tra il 31 agosto e il primo settembre, probabilmente non mi sarebbe mai venuto in mente di accostarli come peraltro ha fatto mirabilmente Michele Serra. Il primo è stato poeta, scrittore, agricoltore e ambientalista del Kentucky, il secondo monaco piemontese che fondò la comunità di Bose. Eppure, ripensando a ciò che entrambi ci hanno lasciato, la loro vicinanza mi appare ora sorprendente. Entrambi hanno guardato alla realtà concreta nella quale viviamo: la terra, l’acqua, gli alberi, i campi, le montagne, gli animali, le stagioni. Non come semplice paesaggio, ma come un mondo vivo del quale facciamo parte e di cui siamo responsabili. È forse questa una delle cose più belle che Enzo Bianchi ci ha insegnato: la ricerca dello spirito non ci allontana necessariamente dalla realtà, ma può condurci più profondamente dentro di essa. Massimo Recalcati, ricordandolo, ha scritto che in Bianchi «era la vita viva a salire in primo piano». Non dunque una spiritualità fondata sulla mortificazione, ma una fede capace di riconoscere il divino nella concretezza dell’esistenza. Bianchi raccontava di amare, al mattino, abbracciare gli alberi e le grandi pietre. Un gesto semplice e potentissimo: come se la preghiera non dovesse necessariamente rivolgersi verso il cielo, ma potesse nascere dal contatto con ciò che abbiamo davanti agli occhi e sotto le mani. Una sensibilità vicina a quella di Wendell Berry, per il quale «Love is never abstract»: l’amore non è mai astratto. Non vive nelle grandi dichiarazioni, ma nelle cose e nelle persone concrete, nella terra che coltiviamo, negli esseri fragili di cui ci prendiamo cura. E soprattutto l’amore, per Berry, è un verbo prima ancora che un sentimento. È qualcosa che si fa: mettere le mani nella terra, coltivare, cucinare, costruire, custodire un luogo, prendersi cura di qualcuno. Quando l’amore non diventa gesto concreto, rischia di restare soltanto un’idea. Berry lo aveva compreso anche attraverso il paesaggio toscano, scoperto durante un viaggio di studio in Italia. Lì vide un modo diverso di abitare il territorio: un’agricoltura capace di tenere insieme il lavoro dell’uomo e i ritmi della natura. Tornato in America, non si limitò a scriverne: coltivò la terra, facendo della fattoria un organismo vivente fondato sulla cura, sulla comunità e sul rispetto dell’ambiente. «Mangiare è un atto agricolo», diceva. Una frase diventata, non a caso, uno dei principi di Slow Food. E ancora una volta penso a Enzo Bianchi. Il suo orto era famoso per la bellezza e la salute; la sua tavola era un luogo di incontro e di fraternità. In lui l’ora et labora benedettino sembrava diventare una cosa sola: pregare e lavorare, contemplare e fare, pensare e mettere le mani nelle cose. Le mani di Enzo Bianchi hanno costruito Bose non meno delle sue parole e della sua intelligenza. Hanno coltivato, cucinato, edificato, accolto. Hanno dato forma concreta a una visione della vita. In un tempo nel quale sempre più aspetti dell’esistenza diventano immateriali e digitali, coltivare un orto, preparare un pranzo, sedersi insieme a tavola, lavorare con le mani, prendersi cura di un luogo sono gesti tutt’altro che banali. Sono forse piccoli atti di resistenza contro la separazione crescente tra l’uomo e il mondo naturale. Mi colpisce che due uomini cristiani, un protestante e un cattolico, abbiano trovato nella cura concreta del mondo una strada verso la felicità e la salvezza. Da credente non posso tuttavia parlare la loro lingua teologica, ma posso riconoscermi profondamente nella loro intuizione. C’è qualcosa di spirituale, anche per chi non crede, nel fare bene una cosa. Nel costruire invece di distruggere, nel coltivare invece di consumare, nel preparare con cura qualcosa per gli altri, nel compiere con dignità il proprio lavoro. Penso a Faussone, nella Chiave a stella di Primo Levi, e alla fierezza di chi sa di appartenere a un ordine più grande proprio perché, con il proprio lavoro, contribuisce a costruirlo. Forse è anche questo il lascito di Enzo Bianchi: averci ricordato che la spiritualità non è fuga dal mondo, ma responsabilità verso il mondo. Un gesto d’affetto portato a compimento. Un albero curato. Un campo coltivato senza avvelenarlo. Un pane preparato con pazienza. Una tavola apparecchiata per gli amici. Un lavoro fatto bene. Una parola scelta con attenzione. Una pagina scritta con cura. Sono piccole cose. Ma forse è proprio nelle piccole cose che si misura la qualità della nostra presenza sulla Terra. E pensando a Enzo Bianchi, alla sua vita, a Bose, alla sua fede e alle sue mani nella terra, mi piace credere che il suo insegnamento possa essere racchiuso in una frase semplice: non cercare la vita lontano dalla vita. Prenditene cura. Perché l’amore, come diceva Wendell Berry, non è mai astratto. 0 FacebookWhatsappEmail post precedente OLTRELEMURA DEL 18.09.2026 a cura di Graziano Vallisneri post successivo I MERCOLEDÌ DELLA BIOETICA: VENT’ANNI DI RIFLESSIONI E DIBATTITI SUI TEMI ETICI CRUCIALI DEL NOSTRO TEMPO di Vittorio Franciosi, medico oncologo, presidente del Centro di Bioetica Luigi Migone Dalla stessa sezione I PRETI SCOMPAIONO, I VESCOVI NO: I CONTI... 1 Ottobre 2026 UN’ENCICLICA CHE È UN PROGETTO POLITICO di Davide... 25 Giugno 2026 PUBBLICATA L’ENCICLICA DI LEONE XIV “MAGNIFICA HUMANITAS” a... 4 Giugno 2026 NON DIMENTICARTI I POVERI: UN LIBRO SUL MAGISTERO... 20 Maggio 2026 SINODO / LA LENTA LIEVITAZIONE DELLA CHIESA ITALIANA... 6 Maggio 2026 SOLIDALI CON PAPA LEONE 16 Aprile 2026 PASQUA & PACE di Federico Ghillani 2 Aprile 2026 QUEL PRETACCIO CHE VENIVA DALLA VAL BAGANZA di... 19 Marzo 2026 UNA VOCE DALL’UCRAINA – INTERVISTA A PADRE IGOR... 5 Marzo 2026 EDUCARE A UNA PACE DISARMATA E DISARMANTE di... 17 Febbraio 2026 Lascia un commento Cancella risposta Save my name, email, and website in this browser for the next time I comment. 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