L’ALTALENA DEI DAZI di Giuseppe Iotti

di BorgoAdmin

Ancora in questi giorni i dazi americani sono al centro dell’attenzione: nonostante il parere dei giudici della Corte suprema, il presidente Trump dichiara che sono uno strumento adeguato per fronteggiare quella che considera una situazione di emergenza non solo economica ma geostrategica per gli Stati Uniti. Ma, guardiamo i numeri: nella realtà la bilancia commerciale degli USA verso il resto del mondo nel 2025 è peggiorata del 2.1% rispetto all’anno precedente, relativamente ai beni, mentre è migliorata leggermente, ma solo dello 0.3%, includendovi i servizi tech e finanziari, settori in cui sono egemoni. In particolare, le esportazioni italiane verso gli USA, nonostante i dazi, sono aumentate del 7.2%, grazie soprattutto ai settori farmaceutici, agroalimentare, macchinari e mezzi di trasporto. Oltre tutto, ha giocato contro gli esportatori italiani il deprezzamento del dollaro USA rispetto all’Euro, rendendo più cari a parità di tutto i nostri prodotti per il consumatore americano, ma anche questo non ha creato troppi problemi. Del resto, il livello attuale del cambio è quello medio da quando esiste l’Euro, molti imprenditori perciò a queste oscillazioni sono preparati. Peraltro, grazie al dollaro debole, abbiamo pagato meno energia e materie prime. Una delle spiegazioni per questi fatti per noi positivi, ma negativi per gli USA, al di là della propaganda, è che molti dei beni da loro importati, e in particolare quelli italiani, sono rivolti a una fascia di mercato alta, per la quale un ragionevole aumento dei prezzi non costituisce un problema insormontabile. Comunque, il grosso del costo rappresentato dai dazi è stato sostenuto dal consumatore, con un contributo minore dato da esportatori e distributori USA che hanno diminuito i propri margini. Il bilancio dello Stato USA ha così raccolto importanti risorse, ma il deficit pubblico è comunque aumentato, perché l’orientamento di Trump non è certo di austerity. Che le classi dirigenti stiano “comprando” il consenso con politiche demagogiche a scapito dei bilanci pubblici però non avviene solo negli Stati Uniti. Aggiungiamo poi le ingenti spese militari.

Tornando alla bilancia commerciale USA, se le importazioni dalla Cina sono diminuite, sono cresciute quelle dal Vietnam: il consumatore americano, come quello occidentale in genere, non può fare a meno dei prodotti a basso prezzo e qualità accettabile dall’Estremo oriente, altrimenti aumenterebbe l’inflazione che, com’è noto, colpisce soprattutto le classi medie e basse. E questo con buona pace dei salari dei lavoratori occidentali. I farmaceutici per esempio non hanno visto aumentare i dazi, dato che la loro importazione è indispensabile, e così è stato per molti altri beni. Anche guardando alla fascia alta dei prodotti, per esempio, quelli sul parmigiano sono diminuiti. Uno degli obiettivi di Trump, quello di favorire l’industria americana e i suoi lavoratori, anche “costringendo” le aziende straniere a costruire fabbriche sul territorio USA, non è stato ottenuto sinora se non in piccola misura. A mio avviso, infatti, anche qui c’è un tema “elettorale” più che sostanziale: l’economia USA si basa da tempo sull’alta tecnologia e la finanza, cui Trump non è certo estraneo, e la storia dei “colletti blu” della manifattura a medio o basso valore aggiunto cambierà poco. Quindi i dazi hanno colpito meno del previsto soprattutto perché più “predicati” che effettivamente praticati. Questo “bluff” a me sembra che sia nelle corde di Trump, che peraltro in ciò sta portando all’estremo una tendenza di gran parte delle classi dirigenti nel mondo (e non solo nei paesi democratici), in un’epoca in cui la comunicazione politica è stata stravolta dall’uso spregiudicato dei social media. Si può dire, d’altra parte, ma qui usciamo dall’ambito economico per entrare in un altro, che in realtà il presidente USA intenda l’uso dei dazi come di un’arma di pressione, per ottenere dal resto del mondo dei vantaggi in termini geostrategici più che economici. Anche qui però si è proclamato più che fatto.

Come dovremmo reagire quindi alla nuova ondata di dazi proposti da Trump? C’è un punto di vista politico, laddove di fatto l’Italia, ma l’Europa stessa, dal 1945 è in gran parte dipendente dagli USA, sia che il presidente sia progressista che conservatore o reazionario, e ciò non viene cancellato dalla giusta tensione verso una UE più unita ed efficace. Questa situazione sta cambiando, ma probabilmente non nei tempi brevi che alcuni credono guardando agli “show” del presidente americano. Ma, anche se è istintivo reagire agli attacchi di chi ci appare un energumeno, le arti marziali consigliano di far sì che i suoi pugni finiscano da soli in aria o contro un muro. Dal punto di vista economico la cosa oggi non appare molto diversa.

(Articolo già pubblicato sulla “Gazzetta di Parma”)

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