LA VIOLENZA DI GENERE E IL SENNO DI (E.A.) POE di Riccardo Campanini

di BorgoAdmin

Virginia, Elisa, Silvia, Marina….sono solo alcuni nomi delle donne uccise nella nostra Provincia negli ultimi anni, diverse per età e per luogo di residenza ma accomunate da un’unica, terribile fine – ammazzate da maschi “bianchi” e italiani, persone che conoscevano. Questa realtà, comune del resto a tante altre storie di donne, rappresentate idealmente da Giulia Cecchettin, stride fortemente con quanto è stato detto più volte su questo argomento da esponenti del Governo e dalla stessa Presidente del Consiglio, in particolare le affermazioni sulla “fine del patriarcato” e sull’incidenza dell’immigrazione straniera come moltiplicatore delle violenza contro le donne.

In un famoso e inquietante racconto di Edgar A. Poe , “La maschera della morte rossa”, gli abitanti di un palazzo signorile, per difendersi da una terribile pestilenza – la “morte rossa” – chiudono ermeticamente porte e finestre del maniero, non lasciano entrare nessuno e, contando così di essere al sicuro dal morbo, si danno a feste in costume e banchetti spensierati. Peccato che, tra gli abitanti del castello, si nasconda – celata da una maschera – proprio la Morte rossa e quando si scoprirà la verità, sarà ormai troppo tardi. I tantissimi giovani – ragazzi e ragazze – che il 25 novembre hanno manifestato contro la violenza sulle donne molto probabilmente non conoscevano il racconto di Poe, ma è significativo che uno degli slogan del corteo fosse “smascheriamo la violenza!”. Perché, esattamente come nella metafora dello scrittore americano, il morbo non è fuori ma dentro le nostre case, si nasconde dietro maschere rassicuranti e situazioni apparentemente “normali” per poi rivelarsi in tutta la sua disumanità quando non c’è più tempo e modo per difendersi. Ma ammettere questo significa anche, e soprattutto, prendere atto che il patriarcato, e tutto quello che questo termine comporta, non è affatto finito e che quindi lottare contro la violenza significa prima di tutto modificare radicalmente una cultura, una mentalità, una concezione del rapporto tra i sessi che ne è all’origine. Compito difficile e faticoso, e forse anche impopolare se rivolto ad una certo background sociale e politico, al quale quindi si preferisce il ben più facile e rassicurante ritornello dell’immigrato pericoloso e violento.  Come scrive Daniela Collu, autrice di programmi radiofonici e televisivi, “questa società fatica a riconoscere la gravità del problema e il fatto che sia ormai sistemico, radicato. La presa di coscienza maschile presuppone un ripensamento maschile… Bisogna azzerare le posizioni e ricominciare”.

Il primo passo da fare, in questo senso, è appunto quello di lasciar cadere le maschere e di fare i conti con quanto di negativo e di violento si nasconde nella mente di tanti uomini “normali”: E allora, parafrasando una famosa frase di Giorgio Gaber su un noto imprenditore diventato politico di successo, in tanti dovrebbero ammettere che “non mi fa paura Turetta in sé ma Turetta in me”

 

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