LA CONCEZIONE POSTMODERNA DELLA NATURA  di Alberto Valenti 

di BorgoAdmin

In un momento di grande interesse, ma anche di preoccupazione, rispetto all’evoluzione dell’intelligenza artificiale, riceviamo e pubblichiamo questa riflessione sul rapporto tra scienza, tecnologia e natura.

 È da qualche anno che ci si è resi più consapevoli della nostra ignoranza sugli “scopi”, se ce ne sono, della nostra “civiltà delle macchine”. Si sa che scienza e tecnica formano oramai un binomio indissolubile, ci si prepara all’avvento prossimo della IA, con le conseguenze prevedibili, sul piano sociale ed economico (occupazione, …), ma quale sia il senso di tutto ciò non è ancora chiaro. Meno chiara ancora di tutto ciò è la percezione di quale sia il cambiamento che l’avvento della diffusione planetaria della tecnologia ha prodotto nella concezione della natura del nostro mondo contemporaneo. Eppure, se confrontiamo questa nostra concezione con quelle antica (sacrale, dèi sparsi per la natura, contatto quasi quotidiano con il divino), medioevale (secolarizzata rispetto a quella antica, ma ancora saldamente legata al concetto di creazione e natura normativa per l’uomo) e moderna (cosmo non più finito ma infinito, importanza del lavoro dell’uomo, importanza del soggetto), ci rendiamo conto di una cosa: il carattere normativo della natura è scomparso, per lasciare il posto ad una concezione causale, produttiva della realtà: “il mondo è ciò che la scienza fa” (M. Cacciari, Il lavoro dello spirito). Al posto di “mondo”, Cacciari avrebbe potuto dire: realtà, natura o essere. L’epoca contemporanea o postmoderna è caratterizzata proprio dalla pervasività di tale concezione della natura come plastilina offerta al nostro “fare”.

Eppure, se abbandoniamo per un momento questo delirio prometeico collettivo e ci rivolgiamo alla scienza stessa, troviamo che essa ci mette in guardia da un tale atteggiamento.  È l’epistemologia ad avvertirci (M. Bunge e M. Ageno) che la scienza avanza per modelli. Ogni modello è limitato ad una parte dell’universo i cui oggetti rispondono a determinate caratteristiche e generalmente non esiste modo di “tradurre” un modello in un altro; così, una “teoria del tutto” è impossibile, come si sono resi conto scienziati del calibro di Stephen Hawking e John A. Wheeler. Ancora: è la matematica a informarci che la matematica stessa non avrà mai fine, e ciò attraverso uno dei teoremi di Kurt Gödel, il massimo dei logici del novecento. Questo teorema è venuto acquistando importanza, man mano che la matematica entrava sempre più nelle varie scienze. A partire dalla seconda guerra mondiale la matematica ha fornito alle scienze (anche quelle diverse dalla fisica) un supporto linguistico-espressivo ed un metodo di avanzamento ineguagliabili. Anche la tecnologia ha sviluppato degli aspetti scientifici, attraverso le cosiddette scienze applicate (teoria dell’informazione, teoria dei giochi, dei servomeccanismi, …) che ne hanno fatto una realtà non più solo utile per la sopravvivenza, ma anche universalmente comprensibile e riproducibile. Per tutte queste scienze, tuttavia, resta vero quello che dice il teorema di Gödel: quindi noi umani non possiederemo mai la chiave per capire a fondo il mondo in cui siamo chiamati a vivere.

Un’altra cosa è importante. Se ogni modello ci dice che la natura ha leggi che la regolano, insomma che la natura ha una sua struttura, non possiamo trattarla come plastilina da sagomare a nostro piacimento: perché è evidente che le leggi di natura esistono, anche se noi non possiamo conoscerle che imperfettamente (per speculum et in aenigmate).

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