IRC O ICR? INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE CATTOLICA O INSEGNAMENTO DI CULTURA RELIGIOSA? di Guido Campanini (2^ parte)

di BorgoAdmin

[continua dal numero precedente]
6. Vanno poi considerati altri due fattori riguardanti il rapporto fra religione e società in generale. Il primo è, come è noto, la presenza di persone appartenenti, anche solo culturalmente, ad altre religioni; fenomeno dovuto soprattutto all’immigrazione. Ora, è del tutto falsa l’equazione immigrato=musulmano. Fra gli immigrati abbiamo i filippini (di cultura cattolica), i sudamericani (idem), africani di divere confessioni cristiane, o comunque con un vago riferimento al cristianesimo, europei che provengono da Paesi di tradizione ortodossa, e poi sikh, induisti, orientali senza una specifica religione – ed ovviamente, molti musulmani, sia praticanti, sia non praticanti. L’altro fenomeno è quello, assai presente nelle fasce adolescenziali e giovanili, della ricerca di un benessere spirituale che si traduce nella ricerca di un contatto con il “divino” – ricerca che riguarda anche la Chiesa cattolica, sia perché gli adolescenti cattolici non fanno eccezione più di tanto, sia perché tale ricerca sfocia anche, per fortuna, in ritorni più o meno consapevoli, spesso parziali, ai riti e alle proposte della Chiesa cattolica, talvolta anche di un cattolicesimo “fai da te” in cui, come in un menu, si scelgono modalità e pratiche che in quel momento sono sentite come importanti per il proprio benessere personale. Una spiritualità molto soggettiva, poco dogmatica e confessionale, che spesso i docenti di religione sanno intercettare. Scegliere fra religione sì / religione no… per cinque anni, o anche solo per un anno, talvolta è difficile per un adolescente, che in settembre ha certe domande ed esigenze, e in marzo ne ha altre…

7. Anche la scuola è profondamente cambiata perché, al di là di riforme e riformette, sono cambiati tutti gli attori: i dirigenti scolastici di oggi non sono i presidi del 1984, i docenti di oggi non sono quelli del 1984, e soprattutto famiglie e studenti di oggi non sono quelli del 1984. Vale anche, ovviamente, per i docenti di religione (io nel 1984 ero un giovane docente di religione, uno dei pochi laici per la verità ad insegnare religione). Nelle scuole superiori, ad esempio, corsi e materie opzionali sono all’ordine del giorno.Si sceglie fra tedesco e spagnolo, si sceglie un determinato percorso invece di un altro, e così si sceglie o non si sceglie la religione cattolica, per mille motivi – quasi mai, nonostante la “sentenza Casavola” del 1989, per gravi ragioni di coscienza. L’iscrizione telematica, se ha portato grandi vantaggi in sede organizzativa, ha però fatto sì che la scelta “IRC SÌ / IRC NO” si riduca a mettere una “X” su un modulo telematico, insieme a tante altre “X” (sulla privacy, sulle fotografie e filmati durante lo svolgimento di determinati progetti, sulle attività sportive, musicali, teatrali, sulla seconda lingua straniera… anche con il rischio di errori).

8. A mio parere, giunti a questo punto, restano davanti due strade.

8 A. La prima strada la potremmo definire “conservatrice-riformista”, e forse è più facilmente praticabile, ma meno risolutiva della seconda, che verrà esposta dopo.Si tratta prima di tutto di sfruttare i tanti margini di autonomia che le scuole hanno dal 1999 – ad esempio, concentrando le ore di religione cattolica in alcuni periodi dell’anno scolastico, lavorando con progetti interdisciplinari che mostrino ai non avvalentesi che cosa in effetti si insegna e si apprende durante l’ora di religione, rendendo magari possibile, per certi progetti, una adesione parziale e provvisoria all’IRC. Ma ci dovrebbero essere contestualmente cambiamenti normativi: ad esempio, il voto numerico e il suo contare nel calcolo della media dei voti; una maggiore elasticità fra avvalersi e non avvalersi, consentendo magari anche adesioni ad hoc; una diversa tempistica, almeno per il primo anno, circa la scelta se avvalersi o non avvalersi, superando il modello telematico e forse consentendo che la scelta possa avvenire dopo un periodo di sperimentazione in classe (con il rischio di avere però un effetto contrario): tutte cose che richiedono una Intesa formale fra Governo e CEI, per non fondare tali aspetti innovativi solo su prassi che coinvolgano le sensibilità dei dirigenti scolastici e delle segreterie, o siano accettate senza obiezione dell’Ordinario diocesano.

8 B. La seconda strada potremmo chiamarla di “cambiamento radicale”.

Si tratta di sostituire l’insegnamento confessionale della religione cattolica (IRC), con un insegnamento non confessionale di cultura religiosa (ICR) gestito dallo Stato, come qualunque altra disciplina. L’accordo del 1984, come si è detto, si fondava su un compromesso. La Chiesa accettava la facoltatività dell’insegnamento della religione cattolica (convinta che le famiglie avrebbero continuato a far frequentare ai propri figli l’ora di religione, così come continuavano a chiedere per loro i sacramenti dell’iniziazione cristiana) in cambio del mantenimento del monopolio circa la gestione del personale docente abilitato all’insegnamento, sia con l’istituto dell’idoneità, sia con l’esclusiva dei titoli necessari per accedere all’insegnamento, sia con la gestione, di fatto, del personale docente. Si tratterebbe invece di rovesciare tale compromesso: la Chiesa dovrebbe rinunciare al monopolio circa il personale, lo Stato dovrebbe rendere obbligatorio l’insegnamento della religione (non più solo cattolica). Ovviamente attraverso una nuova formulazione, condivisa dalla Chiesa e dallo Stato, dell’art. 9 del Concordato, che obblighi lo Stato ad assicurare un insegnamento di almeno 33 ore annue di religione, completamente distinta da altre discipline, con una valutazione del tutto uguale a quella delle altre materie (voto numerico ed eventuali debiti formativi alle superiori, compreso l’essere eventualmente oggetto dell’esame finale), e riconoscendo comunque la validità dei titoli rilasciati dalle istituzioni ecclesiastiche per l’insegnamento di tale disciplina. Anzi, come avviene per altri casi, si potrebbe anche chiedere che i titoli rilasciati dagli ISSR, se accompagnati dai crediti necessari, possano essere validi anche per insegnare altre discipline scolastiche, o comunque riconosciuti dallo Stato alla stregua dei titoli rilasciati da altri Atenei o dalle Università telematiche. Ed anche per la stesura dei programmi, almeno per quelli riguardanti il cattolicesimo, i nuovi accordi dovrebbero prevedere comunque la presenza di consulenti della CEI nelle commissioni ministeriali. Un nuovo articolo 9, comma 2, potrebbe pertanto suonare, pressappoco, in questo modo:

La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, assicura in tutte le scuole pubbliche della Repubblica non universitarie di ogni ordine e grado l’attivazione di uno specifico insegnamento di “cultura religiosa”, come disciplina specificamente distinta da altre, nel quadro delle finalità della scuola e tenendo conto dei principi dell’autonomia scolastica, di almeno 33 ore annue. All’interno della suddetta disciplina dovranno essere presentati i principi fondamentali della religione cattolica. I titoli rilasciati da istituzioni ecclesiastiche, finora validi per l’insegnamento della religione cattolica, continueranno a rimanere validi per l’insegnamento della nuova disciplina. Con successive Intese fra Governo Italiano e Conferenza Episcopale Italiana verranno definite le modalità per l’attuazione del suddetto principio, nonché la normativa transitoria.  Tale strada “rivoluzionaria”, che a mio giudizio risolverebbe molti dei problemi sollevati in questo convegno, risulta oggettivamente molto lunga e piena di ostacoli, e richiederebbe anche da parte della Chiesa molto, molto coraggio. Quel coraggio di cambiare su cui papa Francesco insisteva molto

9. Concludo citando, come in apertura, appunto, papa Francesco, o meglio, parafrasandolo. Il fatto che dal 1984, e forse dal 1929, si sia sempre fatto in un certo modo, non significa che bisogna continuare a fare sempre nello stesso modo, quando la realtà è profondamente cambiata: viviamo un cambiamento d’epoca, anche con risvolti tragici come le cronache di questi tempi ci mostrano pressoché ogni giorno. Un cambiamento d’epoca, che richiede, anche per quanto riguarda l’insegnamento della religione nelle scuole, non solo il “vino nuovo” e buono che i docenti versano con abbondanza nei calici degli studenti (però non in quelli degli studenti astemi…), ma anche “otri nuovi”, magari con qualche bevanda diversa dal vino, perché la sete di conoscenza del fenomeno religioso, e soprattutto la ricerca di significato della vita e la cura del proprio spirito più profondo, sia comunque soddisfatta per ogni studente.

 

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