IL RUMORE DELLE PIAZZE ARRIVA SINO A ROMA : I NON – PROVVEDIMENTI DEL GOVERNO SULLE DONNE di Lucia Mirti

di BorgoAdmin

In un periodo terribilmente buio, in cui il mondo letteralmente brucia, tra le piazze italiane che si sono animate per iniziative a favore della pace hanno trovato spazio  migliaia di donne e di uomini scesi allo scoperto per protestare contro vari non – provvedimenti del Governo Meloni che toccano o riguardano direttamente la popolazione femminile. Sembra incongruo parlare di diritti  in questo momento storico, ma il rischio è che il percorso di miglioramento della società intera, che si realizza anche con la tutela delle conquiste delle donne,  venga anch’esso  bombardato all’insegna del  “c’è ben altro a cui pensare”. Badate: dico “popolazione femminile”, non “mamme”, single”, “lavoratrici”; c’è bisogno di considerate provvedimenti che tocchino tutte le donne senza necessariamente “aggettivi”. Sono infatti state bocciate o assunte in modo di fatto inefficace diverse proposte avanzate dai gruppi di opposizione nel dibattito parlamentare. Alcuni provvedimenti sono stati emanati,  ma solo a favore delle donne madri lavoratrici: nell’ultima manovra finanziaria il governo  incrementa lievemente  il bonus (da € 40 ad € 60 mensili) per madri di  almeno due figli di non più di 10 anni con  un reddito da lavoro che non superi i 40mila euro annui (sino ai 18 anni con tre figli); è stato inserito anche l’esonero contributivo per le lavoratrici a tempo indeterminato per un massimo di 3mila euro l’anno. Ciò si aggiunge alle misure strutturali dell’assegno unico e bonus asili nido, che variano a seconda di Isee e numero di figli. L’obiettivo dichiarato è di aumentare la natalità, ma l’esperienza di altri Paesi europei permette di dubitare che ciò sia realizzabile con tali misure. E’ stato proposto  – e bocciato alla Camera con 137 voti a favore e 117 contrari – il congedo parentale paritario con la motivazione che  mancano le coperture:  cosa vera,  ma che la maggioranza non ha neppure pensato di cercare decidendo di liquidare una delle iniziative che avrebbe allineato l’Italia agli altri Paesi europei. La proposta bocciata – per l’Italia una rivoluzione – prevedeva l’introduzione di cinque mesi di congedo retribuito dopo la maternità anche per i padri anche se non sposati o se partite Iva.

Una buona notizia è  stata la approvazione,  per la prima volta nell’ordinamento giuridico italiano, della definizione di reato di femminicidio, prevedendo il potenziamento di campagne di prevenzione e formazione: peccato che non sia stato stanziato un euro per le azioni di prevenzione,  che sono necessarie perché non si verifichi più il reato di femminicidio, pur adeguatamente ed apprezzabilmente definito.  Una decisamente non buona notizia per tutte le donne  lavoratrici è la scelta governativa – in occasione del recepimento di due Direttive europee –  dell’abolizione delle consigliere di parità regionali  per creare una struttura accentrata  a Roma. Le consigliere di parità sono un organismo presente sui territori: sicuramente imperfetto e lacunoso, ma un importante primo  punto di riferimento –  a volte l’unico – per la segnalazione delle discriminazioni sul lavoro che subiscono le donne. Anche nella nostra città, in occasione della  vicenda che ha visto coinvolte due attrici del corso di formazione del  Teatro Due,  se ne è vista l’efficacia. Le proteste delle Regioni, unite alle associazioni di donne e semplici cittadine sono state così forti che la ministra Roccella, dopo il dibattito in Commissione,  ha promesso pochi giorni fa di rivedere il testo della normativa che verrà approvata il 19 maggio prossimo.             La miccia che però ha infiammato le piazze è stato lo stop subito dalla legislazione contro le violenze sessuali, il cosiddetto “DDL Stupri” , ovvero “Modifica dell’articolo 609-bis del codice penale in materia di violenza sessuale e di libera manifestazione del consenso”, su cui lo scorso novembre le due donne leader dei rispettivi partiti Schlein e Meloni, di cui una Capo del Governo,  si erano accordate: era quindi stato approvato dalla camera dei deputati, all’unanimità,  il  disegno di legge per modificare il reato di violenza sessuale inserendo il concetto di consenso “libero e attuale” ed inserendo alcuni criteri: “Il consenso non può ritenersi validamente prestato quando la persona si trovi in condizioni di inferiorità fisica o psichica, anche temporanea, o quando sia indotto con violenza, minaccia, abuso di autorità o inganno”. Infine, il testo chiariva che “la mancanza di opposizione o resistenza non può essere interpretata come consenso”. Ovvero, arrivando a punire chiunque faccia commettere atti sessuali “senza il consenso”. Una definizione che segue quanto chiesto dalla Convenzione di Istanbul – recepita dall’Italia nel 2013 –  e che si allinea ad altri Paesi come la Spagna e la Francia. Pochissimi giorni dopo un primo stop al Senato a cura di Giulia Bongiorno, relatrice del testo di legge  e presidente della commissione Giustizia, che ha riformulato  il testo della proposta svuotandolo completamente: sparisce la parola ed il concetto di consenso e si parla di punire gli atti commessi  “quando è stato espresso dissenso”. Un ribaltamento della prospettiva che toglie ogni significato al provvedimento e che smentisce il faticoso lavoro svolto alla Camera, con l’accordo diretto di Meloni e Schlein,  per approvare unitariamente la legge. A seguito delle vivacissime proteste in febbraio delle piazze di tutta Italia è stato nei giorni scorsi istituito un comitato ristretto nella Commissione Giustizia del Senato per cercare di trovare una formulazione condivisa. Dalle piazze italiane, compresa quella di Parma, si è levata la voce rivolta a tutti i  nostri parlamentari: “Dividetevi su tutto, ma non sui diritti e sui corpi delle donne”. Non sembra utopistico pensare che le donne di tutti gli schieramenti siano motore per una condivisione di leggi che vadano a vantaggio di tutte le donne. E’ già accaduto nel 1996, con l’approvazione bipartisan della legge che ha trasformato la violenza sessuale reato contro la persona e non più contro la morale,  grazie al lavoro silenzioso e rapido svolto in 5 settimane dalle donne di maggioranza ed opposizione  e presentato  ai leader maschi dei rispettivi partiti, che hanno approvato senza fiatare. E’ di oggi la notizia dell’approvazione bipartisan, nella Commissione parlamentare  Femminicidio,   della relazione sulla violenza economica di genere,  che presenta al Parlamento molte proposte che si spera diverranno oggetto di normative.

Due riflessioni conclusive: la forza delle piazze, che ha imposto una riflessione al Governo,  significa che non è vero che un singolo non può fare nulla: l’impegno di tutti  non è vano perché  se condiviso può portare a risultati. Infine, una donna al potere ha una responsabilità in più, rispetto a quella di un uomo: deve migliorare le condizioni di tutte le altre donne, a partire dalle giovani. Perché solo così migliora l’intera società.

 

 

 

 

 

 

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