IL GIUBILEO DEI DETENUTI di Carla Maria Gnappi, catechista del Carcere di Parma e facilitatrice del progetto Sicomoro

di BorgoAdmin

Una delegazione di Parma, formata da due volontarie, una religiosa, il cappellano e due detenuti, hanno recentemente partecipato al Giubileo dei detenuti a Roma. Uno dei momenti più significativi dell’evento è stata la testimonianza di Enrico Platania che in questi anni ha partecipato al progetto Sicomoro: otto incontri per scoprire il volto dell’altro e restituirsi parola e umanità.

Enrico ha raccontato la sua storia senza farsi sconti: la condanna all’ergastolo, 29 anni fa, e un percorso iniziato col suo “eccomi” alla richiesta di collaborare alle celebrazioni liturgiche “perché io leggevo abbastanza bene […] ho sempre risposto ‘eccomi’ ai cappellani delle carceri”; poi gli studi, la laurea in filosofia con una tesi sull’etica in  Emmanuel Lévinas, e oggi la semilibertà e il lavoro come docente d’italiano per i minori stranieri non accompagnati  presenti nel territorio di Tempio Pausania. Lì, dove una mano fortunata, ci ha detto, l’ha condotto.  Una mano fortunata perché a Tempio Pausania è avvenuto un incontro che gli ha cambiato la vita: con Marcella Reni, direttrice di Prison Fellowship Italia e con i partecipanti al Sicomoro, un progetto di giustizia riparativa che dal 2009 fa incontrare vittime di reati e persone che hanno commesso reati simili a quelli subiti dalle vittime. A differenza dei programmi di giustizia riparativa previsti dalla Riforma Cartabia (D.Lgs. 150/2022), gli incontri del Sicomoro non avvengono tra chi ha commesso un reato e le proprie vittime, ma, come, precisa Marcella, la partecipazione al Sicomoro “in genere sfocia nella mediazione penale vera e propria, perché poi chi incontra vittime ‘altre’, chiede di incontrare le proprie vere vittime”. La pluriennale esperienza del Sicomoro, d’altronde, come ha sottolineato Enrico Platania, commentando il suo incontro con la Ministra Cartabia, è certamente confluita nella scrittura della legge:  a “un po’ di quello che lei ha scritto – di quello che oggi è norma, è istituto giuridico – abbiamo contribuito un po’ anche noi”.  “Marcella venne a trovarci – racconta Platania – e ci propose questo progetto. Una grande diffidenza, veramente: la popolazione detenuta non aveva compreso ciò che stava lì davanti. […] Prima sono andato ad ascoltarla, e poi mi sono offerto volontario […] Non conoscevo Zaccheo, non conoscevo la storia raccontata dal Vangelo, non sapevo nulla. Recentemente ho rilasciato un’intervista al giornale Avvenire, dove dico questo. […] Molti di noi sono stati malfattori, hanno rubato, e arrivare poi al pareggio è impossibile […] Potevamo fare un tentativo, ed io ho fatto un tentativo: ho promesso, nell’umiltà […] di ascoltare le persone che sono venute a trovarci, e chi veniva dentro erano vittime o familiari di vittime di reato e […] ognuno di noi si è lasciato ferire da quelle storie”

Il progetto di Prison Fellowship ha portato in carcere genitori ai cui figli è stata tolta la vita e anche per loro, assillati dal senso di colpa per non averlo potuto impedire, si apre la speranza. Così è stato per Pina T., che ha partecipato tra le vittime, madre il cui figlio è stato ucciso con 30 coltellate.  Per Enrico, lasciarsi ferire ha significato offrirsi di portare il dolore di Pina: “Ma queste cicatrici non devono essere dentro la tua coscienza, dentro il tuo cuore, queste cicatrici lasciale portare a noi, perché queste cicatrici sono nostre, non tue”. Questo è stato, per lui, il Sicomoro. Da quel Sicomoro è nata un’amicizia: “Oggi Pina è amica mia, Pina è venuta alla discussione della tesi di laurea, ha ospitato persone della mia famiglia a casa sua.  Giustizia riparativa…bisognava riparare al danno compiuto. In che modo riparare? A questa domanda, ancora, non sono riuscito a trovare una risposta, però per me riparare è camminare insieme alle persone che hanno bisogno di recupero. Oggi io lavoro presso una cooperativa sociale e prestiamo aiuto a tante persone che hanno bisogno, perché oggi la domanda di bisogno è tantissima […] Ognuno di noi deve metterci del proprio, perché la fatica la fa ognuna delle persone che partecipa, perché non è semplice, non è facile: è un percorso difficile e tortuoso. […] Salvatore, che adesso è scomparso, un giorno era seduto accanto a me, era un finanziere […] e […] un giorno mi sono commosso perché mi ha detto ‘sono seduto accanto ad una persona per bene.’ Gli ho detto ‘come fai a dire di me che io sono una persona per bene?’ […] però, mentre lui diceva quelle cose io piangevo perché mi ha fatto emozionare, Come Pina, come Giusy, come Tomasina, come Francesco…Guardando i loro volti”. Volti di ex vittime che lasciando il carcere alla fine degli otto incontri hanno detto: “Io sto lasciando degli amici”.   “Io oggi”, ha concluso Enrico Platania”, “sono fiero di aver partecipato a tutti questi progetti sulla giustizia riparativa, e dico ai tanti che ancora un po’ resistono, non abbiate timore, perché la giustizia riparativa in fondo è un atto di autocoscienza. Se funziona, diciamo, nel piccolo di ognuno di noi, funzionerà all’interno delle nostre società e le nostre società impareranno ad ascoltare”.

La pubblicazione di Prison Fellowship “# Ne vale la Pena” porta toccanti testimonianze di vite ricostruite, che si sono incontrate demolendo le sbarre invisibili che le dividevano, oltre le “mura dell’anima” – per citare il diario del primo Sicomoro. Questa giustizia, “mite”, ha concluso Marcella Reni, “apre un futuro per chi partecipa, sia dal lato delle vittime che dal lato dei detenuti”. Aggiungo a quanto sopra che di questo progetto beneficiano profondamente anche i facilitatori e – per esperienza – chi si prepara a diventare facilitatore di questo percorso di speranza

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