IL “CASO” TEATRO DUE CI RENDA TUTTI SPETTATORI PARTECIPI! di Lucia Mirti

di BorgoAdmin

La città di Parma e tutto il suo territorio sono stati profondamente scossi dalle notizie di violenze e molestie delle quali l’apprezzatissimo Teatro Due è risultato essere stato scenario. Notizie circostanziate e suffragate dalla sentenza del Tribunale del Lavoro (una delle tre sentenze emesse sul caso) dello scorso settembre, ma diventata pubblica solo nelle scorse settimane, che stabilisce, a carico di un regista e del luogo dove questi esercitava, obbligo di risarcimento a due attrici vittime di molestie e violenza sessuale. Come Circolo Culturale, Il Borgo si è interrogato profondamente sulle sconcertanti evidenze riportate nelle sentenze – non pronunciate da un giudice penale per scadenza dei termini della denunzia delle giovani risultate oggetto di molestie e violenza. Innanzitutto, riteniamo di dover manifestare piena solidarietà alle giovani donne vittime di ignobili e inaccettabili abusi. Ringraziarle per il loro coraggio, per la loro consapevolezza. Per la scelta di esporsi nonostante tutto. Una scelta che non ha né scadenza né tempo, perché i luoghi di violenza in Italia sono ancora oggi troppi, come troppe sono le donne e le ragazze che anche nei luoghi di lavoro – purtroppo ancora non infrequentemente – subiscono occasioni di abusi che non sempre vengono denunciati a causa della nota e multifattoriale difficoltà delle donne a ricevere credibilità e sostegno nel farlo. Per il rischio assurdo di esser percepite loro stesse “colpevoli” per come sono andate le cose.

La verità è che nessun luogo è mai completamente sicuro ed esente dal rischio di violenza di genere. Neppure – e lo diciamo con sconforto e sofferenza profonda – i luoghi che culturalmente dovrebbero invece rappresentare avamposti di superamento delle diseguaglianze e di lotta contro l’imbruttimento e le prevaricazioni.

In città come a livello nazionale, il Teatro Due è sempre stato considerato un eccellenza tra questi. Un rispettato luogo di cultura e di formazione grazie all’indiscussa qualità delle sue produzioni e dei suoi coinvolti. Da qui il profondo sgomento, per quanto accaduto. Uno sconcerto se possibile raddoppiato dal luogo ove l’inaccettabile è stato perpetrato. Ciò che era rimasto nell’ombra è ora emerso come un pugno allo stomaco grazie alla consapevolezza e alla determinazione a far luce di due giovani che hanno trovato il coraggio di dire pubblicamente che no, non è normale subire certe pretese e comportamenti; no, non è un andazzo scontato e solamente ripugnante, se non voluto. Si tratta invece di soprusi psicologici e di reati da denunziare, nell’evidente situazione di squilibrio di posizione e potere ben descritto nella sentenza.

Il disagio delle migliaia di spettatori che hanno sempre apprezzato “il Due” come luogo di produzione culturale, è stato immediato. Come immediato è stato il loro giusto protendersi a difendere il teatro, confermando la propria partecipazione agli eventi in corso e in programma. Ci sono stati incontri pubblici con la dirigenza, comunicati stampa, scioperi, legittimi ricorsi alla sentenza di cui si avranno per tempo gli esiti, dichiarazioni di associazioni maschili e femminili, fino all’autosospensione della direttrice del teatro, sostituita da un suo collaboratore.

Ma la città certo è stata scossa, e lo deve rimanere. La nazione lo è. Ed è un bene che lo sia. Il maggior rischio è che tutto venga rapidamente dimenticato nel (pur legittimo) tentativo di tornare alla normalità: sarebbe l’errore più grave. Perché non renderebbe giustizia alle centinaia, migliaia di donne che non hanno la possibilità o la forza di uscire allo scoperto per dire “basta, mi fa schifo”.

È per tutte loro che è fondamentale che gli uomini e donne continuino ad interrogarsi su ciò che “il caso Teatro Due” ha evidenziato: la mancanza di rispetto per le lavoratrici e i lavoratori, per il corpo delle donne, per la dignità altrui, è spesso ancora reale e presente a prescindere dal dove e dal come. La disattenzione con cui quotidianamente si lasciano correre parole, gesti, giudizi, leggerezze che leggere non sono, è ancora prassi ordinaria. Mentre è invece tempo che in tutti noi si faccia largo una profonda consapevolezza. Occorre tenere alto lo sguardo su ogni quotidianità: nulla è scontato, nessun luogo è al sicuro dagli stereotipi, dalla fallibilità umana, dagli atteggiamenti lesivi della dignità delle donne, o degli uomini.

La lotta contro le violenze di genere non è solo una questione di giustizia, né solo di errore o responsabilità individuale. La lotta per il rispetto della dignità è un fatto collettivo fondamentale che tratta di libertà e di evoluzione, e di questo siamo tutti partecipi.
Per cui il bisogno di progredire sia maggiore di quello di condannare.

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