Borgo NewsLa Piazza GAZA, E NON SOLO: INTERVISTA ALL’ASSESSORA ALLA PACE DARIA JACOPOZZI a cura di Carla Mantelli di BorgoAdmin 14 Ottobre 2025 di BorgoAdmin 14 Ottobre 2025 269 In questo periodo assistiamo a grandi manifestazioni popolari che chiedono la fine della devastazione della striscia di Gaza e della sua popolazione da parte dell’esercito israeliano. Anche a Parma ci sono state varie iniziative e una grande partecipazione allo sciopero del 3 ottobre scorso. Tu pensi che questa mobilitazione possa davvero costituire una spinta verso la fine della violenza e la stipula di accordi? Ha davvero fatto molta impressione una partecipazione così massiccia alla manifestazione di Venerdì 3 ottobre per sostenere la missione di pace della Flottilla. Pur indetta da un sindacato sotto forma di sciopero penso che abbia risposto alla necessità, sentita dai più, di superare il senso di impotenza di fronte a uno sterminio in diretta come quello che stava avvenendo là da due anni. Le persone hanno avuto bisogno di mettere il loro corpo a disposizione, come l’hanno messo quelli della Flottilla, i milioni che erano in strada si sono tutti imbarcati su quelle navi. E’ una sensazione che ho avuto io stessa. Non hanno avuto paura di trasgredire (la questione sindacale pur si pone) perché ormai tutte le regole erano già state violate: quelle del diritto internazionale, della pietà, del valore della vita. In questo scenario penso che la domanda giusta non sia che ruolo può avere una manifestazione per fermare una guerra o uno sterminio o se degli amministratori debbano o no partecipare, ma il contrario…. perché la politica non promuove queste manifestazioni? Le piazze assumono un ruolo e un coraggio che la politica non ha avuto non votando per il riconoscimento dello Stato di Palestina, allontanandosi dai fondatori della Comunità Europea per restare abbracciata mortalmente ad un leader, Trump, che aveva ipotizzato una splendida operazione immobiliare sulla “striscia liberata”. Le piazze stanno proprio interpellando i politici, gli amministratori presenti sono stati coerenti con le proprie posizioni. Anche il Sindaco e membri della Giunta hanno partecipato alla manifestazione del 3 ottobre. Che ruolo possono a vere i Comuni per favorire la cessazione delle guerre e gli accordi di pace? Il ruolo che può avere una amministrazione locale è di incidere sulla cultura di pace e di disarmo, di costruzione di istituzioni che preparano la pace rispetto al paradigma di preparare la guerra, mettendosi sempre più in rete naturalmente come nel Coordinamento Enti locali per la pace o per il prossimo Tavolo regionale degli Assessorati alla pace che stanno sorgendo numerosi. Un ruolo di sperimentazione di nuove istituzioni adatte a costruire politiche di pace. Come chiedere un Ministero della pace, proposta che sta prendendo corpo da molte reti in Italia. Chissà se la politica e i partiti sono pronti. La storia italiana ci insegna che le buone pratiche amministrative costruite dal basso sono sempre state quelle che hanno portato dei cambiamenti strutturali ed epocali. La nostra stessa Costituzione italiana nasce anche grazie alle grandi forze della società civile. Oggi sul tema della pace penso che i Comuni abbiano ampi spazi di azione: il nostro Comune, per esempio, ha un Assessorato attivo con un bilancio che permette, attraverso una co-progettazione con le associazioni che sono organizzate sui temi della Pace, di lavorare attivamente rafforzando anche il loro impatto sul territorio. tanto da essere avanti come capacità, continuità e impatto rispetto alle altre amministrazioni dell’Emilia-Romagna. Sta nascendo una “Rete regionale pace e non violenza” che avrà come capofila proprio Parma. È capitato più volte di udire, in questo tipo di manifestazioni a favore del popolo palestinese, lo slogan “Palestina libera dal fiume al mare”. Cosa pensi di questo slogan? Di fatto evoca la cancellazione dello Stato di Israele (che è proprio in un territorio tra il fiume Giordano e il mare), un’idea di pulizia etnica al contrario di fronte alla pulizia etnica ora in atto ai danni dei palestinesi. La presenza di posizioni estreme come quelle espresse dallo slogan “Palestina libera dal fiume al mare”, temo semplicemente derivi da ignoranza storico-geografica e che pochissimi reazionari invochino l’eliminazione dello Stato di Israele. Lo stesso Hamas in questi anni ha ridimensionato questa sua visione, un tempo suo manifesto, ma è vero che l’esito di posizioni estremiste come queste hanno alimentato il fondamentalismo anche in Israele. Negli ultimi vent’anni il movimento sionista ultrareligioso ha portato i coloni a sentirsi liberi di occupare le terre dei palestinesi per diritto religioso acquisito. Protetti dal governo. Lo sterminio a Gaza, tuttavia, è portato avanti da un paese democratico mentre Hamas è una associazione terroristica che ha governato una striscia di terra assediata in uno Stato di apartheid da decine di anni e che ha compiuto un orribile attentato dimostrando l’irrazionalità del fondamentalismo in un clima esasperato. Due fondamentalismi che si stanno combattendo e rafforzando reciprocamente. C’è chi sostiene che la mobilitazione che oggi è promossa per la Palestina, dovrebbe avvenire anche per le altre, tante, guerre di aggressione che ci sono nel mondo. Pensiamo solo all’aggressione russa contro l’Ucraina ma anche al Ruanda e al Congo, al Myanmar con la dittatura dei militari che non esitano a bombardare e incarcerare i civili… Siamo di fronte a un pacifismo a senso unico o è naturale che ogni guerra susciti reazioni diverse? Difficile fare una manifestazione sull’Ucraina, che invece si configura molto diversamente come una guerra più tradizionale, ma di una complessità che divide i partiti stessi e ha implicazioni molto complesse tra Nato e squilibri e disallineamenti internazionali delicatissimi. Le posizioni della stessa società civile rispetto all’Ucraina, e pure quella dei partiti relativamente al tema dell’invio di armi e del disarmo si complicano tantissimo e non stanno sotto un’unica voce. Tuttavia, è vero che sul piano mediatico e la maggior parte dei conflitti bellici o civili è completamente in ombra rispetto ai due attualmente sulla scena quotidianamente sugli schermi TV e giornali. E sappiamo che, se è sempre difficile paragonare le guerre in continenti e culture diverse, in comune nelle guerre c’è sempre l’uso delle armi e la loro abbondante produzione di cui l’economia armata si sta giovando. Ecco perché l’Assessorato alla Pace cerca di offrire occasioni per affrontare le guerre dimenticate, anche grazie alla spinta della società civile molto attenta con cui collaboriamo. Sul Sudan stiamo lavorando tanto, come sul Myanmar e sul Congo. Purtroppo, l’elenco è terribilmente lungo. 0 FacebookWhatsappEmail post precedente PARMA RISCOPRE LA PREVENZIONE COME CULTURA CIVICA. IL SUCCESSO DEL FESTIVAL PREVENTO 2025 di Monica Cocconi post successivo PARMA TRA RESIDENTI, ABITANTI, MIGRANTI di Alessandro Bosi Dalla stessa sezione BORGODAY: IL BORGO PREMIA SILVIA SANTURO E ANGELA... 25 Giugno 2026 “FAR CRESCERE LA TECNICA SENZA FAR REGREDIRE IL... 25 Giugno 2026 EURO DIGITALE, L’ACCORDO C’È. 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