FEMMINICIDIO: UNA RIFLESSIONE AL MASCHILE   di Stefano Freschi

di BorgoAdmin

La vicenda di Lorena Isceri è l’ultimo capitolo della tragedia che conosciamo sotto il nome di femminicidio. E’un caso che ha colpito profondamente le nostre coscienze per il disperato, e purtroppo inutile, tentativo della vittima di salvarsi la vita e anche per le dichiarazioni della mamma di Lorena, che ha detto che la figlia non aveva voluto denunciare il suo persecutore perchè non voleva rovinarlo. Questo atteggiamento può sembrare strano, ma non lo è. Lo posso affermare per esperienza diretta avendo assistito, come difensore di parte civile, i genitori e la sorella di Silvia Mantovani, caso di femminicidio avvenuto anni fa a Parma, che molti ricorderanno. Le vicende di Lorena e Silvia in qualche modo si somigliano e credo abbiano punti in comune con molti dei femminicidi di cui, ormai quasi quotidianamente, la cronaca ci informa. Diversamente da Lorena, Silvia aveva più volte denunciato il fidanzato violento e, dopo tanti esposti, anche da parte dei suoi familiari, il compagno persecutore pareva essersi allontanato dalla sua vita. Non è stato così: dopo qualche tempo, i due si sono rincontrati e hanno ricominciato a frequentarsi. Silvia si era illusa che quell’uomo, al quale era comunque legata da un sentimento forte, fosse cambiato. Si sbagliava e non ci mise molto ad avvedersene, ma ormai era tardi: il suo ex compagno non tollerò il nuovo allontanamento di una creatura che considerava di suo possesso e la uccise.

Se osserviamo i casi di femminicidio sempre troviamo da parte maschile l’istinto (malato, delinquenziale) di possesso che porta a considerare cosa propria la compagna che “o è mia o non sarà di nessuno”. Non sempre, ma spesso, da parte femminile, abbiamo invece un atteggiamento di sottovalutazione del pericolo e di, insufficientemente meditata, tendenza alla giustificazione o al perdono. E, di conseguenza, i casi di sopportazione passiva, di mancata denuncia, di concessione dell’ultima chance, che possono rivelarsi fatali. Non intendo entrare in ambiti che non mi competono, ma mi pare di poter dire che quelli descritti appartengano alla esasperazione di alcuni connotati della psicologia maschile e femminile che, senza, naturalmente, mettere sullo stesso piano vittima e carnefice, hanno una incidenza causale in queste tragedie. Dal lato maschile c’è l’istinto atavico ancestrale, che deriva dalla notte dei tempi e dall’uomo delle caverne, di considerar la donna come esclusivo possesso, con conseguente diritto di vita o di morte. Istinto che, alla luce della cronaca, dobbiamo constatare che permanga in una minoranza (ci si augura limitatissima, ma comunque letale) di uomini. Si tratta, ovviamente, di una tendenza violenta che può essere valutata solo in termini fortemente negativi, non avendo giustificazione alcuna, né alcuna attenuante di carattere psicologico. Dall’altro lato, invece, c’è la caratteristica femminile positiva ed apprezzabile della tenera indulgenza e del perdono che però, ove mal riposti, rendono la donna facile vittima del persecutore di turno.

Il problema è allora come prevenire il fenomeno. Su questo non possiamo che concordare con il recente articolo della Prof. Monica Bocconi sulla Gazzetta di Parma, nel quale la nostra consigliera spiega bene i motivi dell’esigenza dell’introduzione del nuovo delitto di femminicidio, ma, al tempo stesso, rileva come questa modifica normativa sia largamente inefficace dal punto di vista preventivo. La norma interviene in via esclusivamente punitiva, a cose fatte e a tragedia avvenuta. Infatti, al di là della sacrosanta esigenza del legislatore di connotare una fattispecie con peculiarità e pene proprie, la norma non avrà alcuna efficacia deterrente, posto che nessun femminicida si fermerà certo per l’aggiunta di un’aggravante. Nemmeno si può pretendere di scaricare sulla vittima il peso della prevenzione, come ancora sottolinea Monica Bocconi, forse anche cogliendo quell’aspetto peculiare della psicologia femminile, evidenziato sopra.

Ma, soprattutto, mi pare condivisibile la conclusione dell’articolo, quando osserva come Il diritto, lo Stato, e con essi la società, civile, non possano limitarsi a punire il colpevole: devono, agire in prevenzione, sopratutto a livello di istruzione e di divulgazione. Solo in questo modo si realizza l’esigenza, ancor più necessaria di quella punitiva, di protezione della vittima prima che lo diventi.

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