ELOGIO DELLA DIVERSITÀ di Ignazio Barbetta ex studente di BorgoLab

di BorgoAdmin

8 marzo 2025. Non farò retorica, né tantomeno cercherò di imbellettare un breve scritto con ricostruzioni storiche che riguardano questa data. Non amo le feste e trovo i discorsi apologetici di una finzione inaudita, salvo pochi ed “invisibili” casi (perché chi elogia sinceramente, non ha bisogno di farlo sapere). Ho da poco eliminato il mio ultimo relitto social, Instagram, e ne sono fiero. Ho più tempo per vivere la realtà, senza momenti di alterazione della coscienza, e sono sempre più immune alle banali – quanto tristemente efficaci – manipolazioni mediatiche della mente. Eppure, proprio dal mondo dell’infosfera maturo una riflessione: la Giornata internazionale delle donne, prima dei social media, com’era? Per questa nuova e intraprendente ricerca, decido di indossare gli occhiali del sociologo e con quattro passi svelti, senza penna e foglio bianco, mi accingo dai miei genitori, carico di curiosità. Ho superato un terzo dell’aspettativa di vita, secondo le stime calcolate sul contesto italiano, e questa domanda non ha mai stuzzicato il mio pensiero (forse, alcune irreducibili urleranno al “maschilismo interiorizzato”). La presento ai miei e anch’essi, stupiti, cercano di viaggiare a ritroso negli anni attivando quel solito vizietto umano di sollevare gli occhi al cielo, lato ponente, forse utile a stimolare la corteccia prefrontale dell’emisfero destro avocata alla rievocazione degli accadimenti. Le risposte non deludono le mie aspettative perché, a quanto pare, secondo il loro esperto parere, la festa delle donne non era molto sentita e si esprimeva in piccoli e sparuti gruppi di amiche e amici che approfittavano per un’uscita serale. Lungi da me generalizzare una ricerca statistica così esigua numericamente, mi tolgo gli occhiali del sociologo e mi limito a buttar giù, con parole, questo piccolo e caustico pensiero. A mio avviso, l’8 marzo ha perso e continua a perdere dignità. E i social media ce ne danno prova patente.

Sulle piattaforme, infatti, si trova chiunque: la femminista che quasi odia il genere maschile, ma anche quella moderata, che cerca la costruzione di un dialogo comune. Le donne che festeggiano, quelle che non festeggiano e quelle che criticano le prime e/o le seconde. Uomini che rivendicano il loro sentimento di offesa a sentirsi esclusi per via di una retorica anti-maschile e altri uomini che, a volte mossi da reali e sinceri interessi, cercano di solidarizzare con i movimenti di lotta femminista. Insomma, davvero chiunque. Sono altri, però, i risvolti che mi demoralizzano. Ritengo che la mediatizzazione di questa celebrazione, infatti, tenda a spettacolarizzare un simbolo riducendolo in potenza, monetizzandolo e omologando i costumi e i pensieri di quanti, per esso, decidono di festeggiare o meno. Pubblicizzare un comportamento non vuol dire necessariamente trasmettere “buoni esempi”. Spesso i risultati prodotti digitalmente finiscono nell’oblio. A tutto ciò si aggiunga la commercializzazione pervasiva – che va dalle mimose alle serate in discoteca (peraltro, discutibili dall’ulteriore punto di vista della mercificazione dei corpi) – e il fatto che le identità in rete propendano ad una omologazione del pensiero e si avrà un risultato che sicuramente non rende merito al fine ultimo di questa festa, ovvero quello di onorare le diversità di genere. Questo è il mio auspicio, dunque. Sapere che l’8 marzo diventi l’occasione per un elogio delle diversità e per un’educazione alla loro integrazione e smetta di fungere da pretesto per chi vuole apparire, guadagnare e rinunciare alle proprie peculiarità.

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