DIRITTO ALL’ISTRUZIONE VOLANO DELLO SVILUPPO UMANO di Anna Pellegrini

di BorgoAdmin

Coloro che hanno avuto la fortuna di partecipare a “Diritto all’istruzione come volano dello sviluppo umano” non dimenticheranno facilmente i volti e le storie di un Afghanistan cui ora siamo sicuramente più vicini e affezionati. Ogni incontro de “Le interviste della legalità: storie di impegno per la giustizia tra passato e presente” si apre con una narrazione che, in questa occasione, è la storia di tante ragazze e parla di coraggio ed emancipazione: è la storia di Malala Yousafzai. Amava la scuola. Ma tutto è cambiato quando i talebani hanno preso il controllo della sua città. Gli estremisti hanno proibito molte cose, come possedere una televisione e suonare musica, e hanno imposto punizioni severe a chi sfidava i loro ordini. E hanno detto che le ragazze non potevano più andare a scuola. Il resto è storia: a undici anni il blog per la BBC Urdu sotto uno pseudonimo, l’attentato, il risveglio all’ospedale di Birmingham, la nascita del Malala Fund e, nel 2014, il Premio Nobel per la pace. Oggi il Malala Fund lavora per garantire 12 anni di istruzione gratuita, sicura e di qualità a tutte le ragazze, in modo che possano imparare senza ostacoli e guidare il mondo senza paura. Era facile riconoscere il volto di Malala in quello dei bambini e delle bambine degli orfanotrofi afgani gestiti da “Nove” mostrati da Arianna Briganti. Grazie a “Nove” i bambini hanno accesso al cibo, all’istruzione, a condizioni di vita dignitose. Si chiamano orfanotrofi, ma non tutti i bambini hanno perso i genitori: si trovano li per sfuggire alla povertà. Con il ritorno al potere del regime talebano, l’istruzione dei bambini e delle bambine è essenzialmente religiosa a cui, nel tempo, si aggiunge lo studio dell’inglese. Durante la distribuzione di quaderni, Arianna Briganti invita spontaneamente i bambini a cantare una canzoncina: non si può, i talebani hanno vietato la musica. Alla fine dei pasti, alcune persone si ritrovano fuori dagli orfanotrofi nella speranza che sia avanzato un po’ di cibo.

Accanto alle storie dei bambini, ascoltiamo storie di donne afgane: collaboratrici di Nove, dal volto coperto e dal corpo ostacolato nei movimenti dagli strati di abiti sono costrette a portare; donne che non possono né studiare né lavorare ma a cui è consentito elemosinare ai bordi delle strade; donne che, al momento del ritorno dei talebani al potere, sono riuscite a fuggire verso l’Italia e hanno trovato un Paese xenofobo ad accoglierle. Ascoltiamo storie di uomini afgani: Arianna Briganti mostra la foto di un sindaco che le domanda, in segreto, di portare le loro storie in occidente. Cosi che, quando sentiremo parlare di “lupi solitari” o di schiave sessuali, il nostro pensiero vada a quei bambini e a quelle bambine che, in condizioni di povertà estrema, vengono presi dai trafficanti di esseri umani, venduti e disumanizzati. I ragazzi di Borgo Lab, attenti e sensibili, si interrogano sul senso del diritto all’istruzione, sulla tratta di esseri umani, ringraziano, infine, per aver offerto loro uno sguardo sull’Afghanistan, sia per riflettere sul loro presente ma soprattutto sul loro futuro, sull’accettazione dell’altro, sull’umanità insita nei gesti più semplici.

“I love Afghanistan” dice un gigantesco cartellone luminoso messo dai talebani accanto all’aeroporto di Kabul e, conclude Arianna Briganti, sinceramente, di amare l’Afghanistan nonostante le difficoltà. Una lezione di “generatività” agita, di dono, di apertura al mondo e, soprattutto, al prossimo.

Dalla stessa sezione

Lascia un commento