LA FORZA DEL DIRITTO CONTRO LE RAGIONI DELLA FORZA di Monica Cocconi

di BorgoAdmin

A Davos si è consumato uno scontro che va oltre le singole persone e parla del tempo che stiamo vivendo: da una parte l’uso spregiudicato del potere, dall’altra la difesa ostinata della razionalità. Il primo ha il volto di Donald Trump, arrivato nella cittadina svizzera con l’ansia di chiudere intese su Gaza e con l’ossessione di ridisegnare le mappe geopolitiche, fino a evocare l’annessione della Groenlandia. La seconda è incarnata da istituzioni e Paesi – dall’Unione Europea a una parte del G7 – che continuano a credere, controvento, nella cooperazione multilaterale.Tra coloro che non hanno rinunciato al dialogo spicca Mark Carney, primo ministro canadese e tra i più determinati oppositori dell’attuale presidente americano. Ex governatore delle banche centrali di Canada e Regno Unito, con un percorso simile a quello di Mario Draghi, Carney ha scelto di rispondere alla pressione della forza con gli strumenti della ragione. Il suo intervento al World Economic Forum è destinato a restare uno dei più significativi mai pronunciati, soprattutto perché arriva in una fase storica in cui l’argomentazione sembra aver perso valore.  Rivolgendosi a imprenditori e leader politici, Carney ha parlato senza infingimenti. Ha ricordato che per i Paesi meno potenti l’onestà è la prima forma di potere. Viviamo, ha detto, in un’epoca segnata dalla competizione tra grandi potenze, dal progressivo sgretolamento dell’ordine internazionale basato sulle regole e dal ritorno di una logica antica: i forti impongono la loro volontà, i deboli si adeguano. Un principio attribuito a Tucidide, spesso presentato come una legge naturale delle relazioni internazionali. Di fronte a questa visione, molti Stati sono tentati dall’adattamento opportunistico, dall’illusione che la conformità garantisca sicurezza. È un’illusione destinata a fallire.Da qui l’appello alle potenze medie, come il Canada, a rafforzare la propria autonomia interna, in particolare nei settori dell’energia e della difesa. Non siamo, secondo Carney, di fronte a una semplice turbolenza dell’ordine globale, ma a una frattura strutturale destinata a durare. Una frattura che interroga anche i mercati finanziari, come evidenziato dalla recente analisi di Milano Finanza. Il vecchio ordine, ha osservato Carney, non è mai stato del tutto veritiero: già negli ultimi vent’anni una sequenza di crisi – finanziarie, sanitarie, energetiche, geopolitiche – ha mostrato quanto fossero fragili le basi di un’integrazione globale spinta all’estremo. Oggi il quadro è ulteriormente peggiorato: le grandi potenze hanno iniziato a trasformare l’interdipendenza economica in un’arma. I dazi diventano strumenti di pressione, le infrastrutture finanziarie mezzi di coercizione, le catene di approvvigionamento punti deboli da sfruttare. Quel mondo non tornerà, e non vale la pena rimpiangerlo. La nostalgia, ha ammonito, non è una strategia. Dalla crisi, però, può nascere un ordine migliore, più solido ed equo. Ed è proprio questo il compito delle potenze intermedie, che in un mondo fatto di blocchi chiusi rischiano di perdere tutto, mentre in uno spazio di cooperazione autentica hanno ancora molto da guadagnare.

La stessa fiducia nella capacità di riconoscere i problemi, chiamarli per nome e affrontarli collettivamente emerge anche in un recente intervento di Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, pronunciato all’Università di Messina. Lontano dalla cornice innevata di Davos, il suo discorso si collega idealmente a quello di Carney: entrambi partono dal presupposto che la razionalità non sia un lusso, ma una necessità politica. Panetta ha posto al centro del suo ragionamento l’istruzione e la formazione, considerate non solo motori della crescita economica, ma strumenti fondamentali di consapevolezza civica e di partecipazione alla vita democratica. Il capitale umano, ha sostenuto, ha un valore pari a quello finanziario, così come la forza degli argomenti di Carney può e deve confrontarsi con la forza bruta delle grandi potenze.Un sostegno mirato alle famiglie e ai percorsi educativi produce ritorni elevati, sia sul piano economico sia su quello sociale, e può essere realizzato senza compromettere l’equilibrio dei conti pubblici. Panetta ha richiamato il pensiero di Theodore Schultz, premio Nobel per l’economia, che già negli anni Sessanta definiva il capitale umano come il frutto degli investimenti che ciascun individuo compie su sé stesso per sviluppare le proprie capacità e la propria libertà. Studio, impegno, tutela della salute sono espressioni concrete di questa libertà, ma i loro effetti dipendono anche dal contesto istituzionale ed economico in cui si collocano. Per questo, la valorizzazione del capitale umano non è solo una scelta individuale, bensì una responsabilità collettiva. Se le potenze medie vogliono evitare di diventare, per usare l’espressione di Carney, “il menu” anziché sedersi al tavolo, devono puntare su istruzione, ricerca e formazione. Investire in questi ambiti significa rafforzare il Paese e, allo stesso tempo, offrire ai singoli la possibilità di scegliere, crescere e contribuire a un’economia più dinamica e a una società più equa. È dall’intreccio tra conoscenza e innovazione, tra impegno personale e qualità delle istituzioni, che dipende il progresso delle democrazie contemporanee. È lo stesso impegno che Carney ha chiesto ai Paesi disposti a difendere il primato del diritto contro la legge della forza, riaffermando che la ragione, anche quando sembra in minoranza, resta l’unica alternativa credibile al caos.

 

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