COSA DEVE INSEGNARCI LA TORRIDA ESTATE 2026 di Nicola Dall’Olio

di BorgoAdmin

Serve un approccio nuovo per adattare la città alla nuova realtà climatica

L’estate 2026, a Parma come in tutta Europa, è stata l’estate più calda mai registrata con anomalie termiche positive che non hanno precedenti per durata, estensione territoriale e valori assoluti, superiori a quelle ritenute del tutto eccezionali del 2003. Alcuni dati per la nostra città possono dare l’idea della stagione che abbiamo vissuto: 60 giorni torridi con massime superiori a 34 gradi; 76 notti tropicali (su 92!) con minime superiori a 20 gradi e addirittura 20 notti equatoriali con valori superiori a 25 gradi, quando il precedente primato del 2003 era fermo a 6. Nel complesso si è registrata una temperatura di 3.3 gradi superiore alla media di riferimento 1990-2020 Potremmo essere tentati di archiviarla come un’estate eccezionale. Purtroppo, non è così. Il trend climatico ci mostra un continuo incremento delle temperature a partire dalla fine degli anni 90 che non ha fatto che accelerare. Gli ultimi 10 anni si collocano tra gli anni più caldi mai registrati a livello locale come mondiale. E il 2027 si annuncia ancora più torrido del 2026. Il fenomeno di riscaldamento dell’oceano Pacifico conosciuto come El nino sta spazzando via ogni record e si prevedono pesanti effetti sull’intero clima del pianeta. Stiamo entrando a tutte velocità in una nuova dimensione climatica in cui l’estate 2026 diventerà, per le nostre regioni, la nuova norma con cui confrontarsi. Anzi, gli andamenti climatici attuali portano a pensare che fra una decina di anni quella del 2026 potrà apparire come una estate tutto sommato fresca.

Le cause di questo riscaldamento accelerato, che sta superando anche i modelli previsionali più pessimisti, sono note con certezza da decenni e sono legate alle emissioni derivanti dal consumo di combustibili fossili. Solo di petrolio nel mondo si bruciano all’anno 37,4 miliardi di barili, più di 100 milioni al giorno. E bruciando il petrolio, il gas e il carbone noi stiamo dando fuoco al clima della Terra. Siamo i piromani della nostra casa, nonostante tutti gli allarmi e gli avvertimenti della scienza. Cosa fare allora? Da un lato bisogna smettere, letteralmente, di buttare benzina sul fuoco. E farlo in fretta, perché le emissioni di CO2 di oggi resteranno in atmosfera per centinaia di anni condizionando il clima delle future generazioni. Le alternative energetiche ai combustibili fossili esistono e sono le energie rinnovabili. Sulle quali non bisogna più perdere tempo inseguendo chimere come il nucleare, che nella migliore delle ipotesi avrà tempi di realizzazione di 20 anni e costi ben maggiori. In Italia esistono progetti per impianti rinnovabili in attesa di autorizzazione per 150 GW di potenza che, se realizzati, potrebbero coprire l’intero fabbisogno elettrico nazionale e consentirci di superare gli obiettivi europei del 2030 per le rinnovabili, pari al 42,5% del fabbisogno di energia primaria. Accelerare sulle rinnovabili, non serve solo a ridurre le emissioni, ma anche a ridurre significativamente i costi delle bollette come ha ben dimostrato la Spagna con un costo medio base del MWh che nei primi mesi del 2026 è stato di un terzo (un terzo!) rispetto a quello dell’Italia. E serve a rendere l’Italia autonoma sul piano energetico. Siamo il paese europeo con la più alta dipendenza da importazioni di energia (circa il 75%). Solo nel 2025 abbiamo speso 50 miliardi di euro, ma nel 2026, grazie alle guerre di Trump in Iran, si prevede che la fattura si avvicinerà ai 60 miliardi. Il governo Meloni parla continuamente di sovranità e interesse nazionale. Ma della sovranità energetica, l’unica che può davvero renderci indipendenti ed autonomi e fare pagare meno le imprese e i cittadini, senza bisogno di mancette ed esenzioni temporanee pagate con le nostre tasse, non sembra proprio interessarsene.

Bisogna però essere chiari. Se anche domani riuscissimo a raggiungere la neutralità carbonica non torneremmo magicamente al clima che abbiamo conosciuto prima del XXI secolo. Anzi per un certo tempo le temperature continuerebbero ad aumentare proprio per quell’inerzia climatica legata alla persistenza delle emissioni in atmosfera. Azzerare il prima possibile le emissioni serve ad evitare il peggio, a scongiurare che il clima deragli andando ben oltre le soglie critiche di riscaldamento indicate dagli scienziati, oltre le quali il sistema climatico rischia di andare fuori controllo con effetti non prevedibili. Quindi, mentre dobbiamo correre con le rinnovabili, dobbiamo anche pensare a come adattarci alla nuova realtà climatica che abbiamo prodotto. Perché l’estate del 2026 sarà, se tutto va bene, la nuova normalità con cui dovremo convivere. E qui ad essere chiamate in causa sono le politiche di adattamento che devono essere messe in campo a livello nazionale, regionale e locale. In attesa che il governo finanzi il Piano nazionale di adattamento approvato nel 2023, che al momento ha una dotazione pari a zero euro, molto si può e si deve fare anche a livello comunale. Le nostre città, a causa delle superfici asfaltate, dei tetti e dei muri degli edifici, soffrono del cosiddetto effetto dell’isola di calore che porta nelle zone urbane a registrare temperature, soprattutto la sera e la notte, di svariati gradi rispetto alla campagna circostante. E questo peggiora gli effetti già di per sé pesanti sulla salute e la vita dei cittadini del nuovo caldo torrido estivo Noi non possiamo certo raffrescare l’aria rovente e subtropicale dell’anticiclone africano (che ha preso il posto stabilmente del ben più fresco anticiclone delle Azzorre), ma possiamo intervenire per ridurre l’isola di calore e soprattutto mitigare le temperature in zone assolate e surriscaldate come i parcheggi, che a livello di pavimentazione possono raggiungere e superare i 70 gradi.

Strategie e misure di adattamento urbano sono già ampiamente conosciute e praticate e devono diventare l’elemento guida di ogni intervento di riqualificazione e rigenerazione degli spazi pubblici della città, così come devono rientrare nei criteri di ristrutturazione e costruzione degli edifici.Rimozione dell’asfalto delle pavimentazioni (il cosiddetto de-sealing), creazione di nuovi spazi permeabili e verdi, incremento delle alberature, ombreggiatura di tutti i parcheggi con pensiline fotovoltaiche, utilizzo di nuovi materiali per pavimentazioni e coperture, sostegno all’efficientamento energetico e climatico degli edifici, individuazione di aree climatiche rifugio, sono tutte misure già adottate da altre città europee che possono rendere l’ambiente urbano più vivibile e bello e più resiliente, oltre che alle elevate temperature, anche ai sempre più frequenti fenomeni estremi di precipitazione che sono il rovescio della medaglia del surriscaldamento.

La sfida è fare entrare la priorità e l’attenzione all’adattamento climatico e alla riduzione delle emissioni, non solo nelle nuove opere pubbliche o negli interventi edilizi e di rigenerazione urbana, ma anche in tutti gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria che un Comune realizza quotidianamente, dal rifacimento dei marciapiedi, agli scavi per sottoservizi, alle asfaltature delle strade e, non ultimo, alla gestione del verde urbano. Senza dimenticare l’adattamento dei luoghi e degli orari di lavoro: è ormai impensabile svolgere determinate attività lavorative nelle ore pomeridiane o in spazi non climatizzati.

Ed è proprio sull’adattamento e la mitigazione climatica che deve esserci una svolta di approccio, sia politico che tecnico, nella prossima amministrazione comunale di Parma.

 

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