C’ERA UNA VOLTA IL TERZO MONDO di Riccardo Campanini

di BorgoAdmin

Anche se ormai sono passate alcune settimane dal suo svolgimento, il vertice dei Paesi “alternativi” all’Occidente tenutosi in Cina tra la fine di agosto e l’inizio di settembre merita di essere ricordato non solo per il suo importante significato politico nell’attuale contesto mondiale, ma anche, e soprattutto, perché esso ha in qualche modo segnato la fine del modo in cui una parte dell’Occidente ha guardato per decenni al cosiddetto “terzo mondo”.   Per chi è nato e vissuto in Europa e negli Stati Uniti nella seconda metà del XX secolo, infatti, questa espressione conteneva due significati in qualche modo opposti e intercambiabili a seconda del contesto: da una parte, infatti era utilizzato con un senso di disprezzo e di svalutazione (una realtà “da terzo mondo”, quindi arretrata, povera, disagiata); ma dall’altra, soprattutto in ambiente “progressista”, compresa quella parte del mondo cattolico particolarmente attenta a quanto accadeva nei Paesi latino-americani ed africani, il “terzo mondo” era anche un luogo simbolico di speranza e di cambiamento, dal quale sarebbe dovuta arrivare un’alternativa politica ed economica tanto al capitalismo quanto al comunismo (rispettivamente il primo e il secondo mondo),  considerati ormai obsoleti e superati dalla storia. Di qui l’attenzione e la simpatia per la teologia della liberazione latino-americana e i movimenti politici ad essa ispirati, per i cosiddetti socialismi africani, ma anche per il comunismo cinese, prima che ne venissero rivelati i misfatti e le contraddizioni.

Il vertice di Pechino, che idealmente avrebbe dovuto essere il prolungamento, anzi l’apoteosi di questa spinta “alternativa” all’Occidente, ha invece fatto cadere, in modo per ora definitivo, quelle speranze ed attese: Cina e India – ma anche la Russia, ormai non più “secondo mondo” – si sono infatti candidate a guidare i Paesi del sud del mondo facendo leva su supremazia militare ed economica all’esterno e  autocrazia e compressione dei diritti all’interno, rovesciando così paradossalmente le coordinate ideali del cosiddetto “terzomondismo”: non la  democrazia senza capitalismo, ma il capitalismo senza democrazia.  Questa realtà, che in tanti fanno fatica ad accettare continuando ad inseguire presunte, e inesistenti, alternative all’Occidente, rappresenta anche una sfida epocale per le democrazie, che sono oggi sotto assedio dall’esterno ma, in qualche misura anche dell’interno, visto che oggi le spinte autoritarie sono forti anche nei paesi di lunga tradizione democratica. Eppure (basti pensare a quello che sta succedendo in queste settimane in Nepal, Indonesia, Madagascar) l’aspirazione alla libera partecipazione dei cittadini, al rispetto dei diritti umani, al rifiuto di leadership basate sulla violenza e l’intolleranza  è fortunatamente ancora forte in tante parti del mondo e proprio per questo l’Occidente democratico, pur coni suoi limiti e le sue insufficienze, può rappresentare ancora un imprescindibile punto di riferimento per milioni di uomini e di donne di ogni continente.

Tornando al vertice di Pechino, non è passata inosservata la presenza in loco di Massimo D’Alema, che poi ha commentato l’avvenimento con toni decisamente favorevoli. Questa scelta, per quanto sia stata interpretata in tanti modi, è forse spiegabile con un ragionamento tutt’altro che misterioso: di fronte al noto dilemma, proposta anni fa da Nanni Moretti, “si nota di più se non vado o se vado e sto in disparte?”, D’Alema, in linea col suo lungo percorso politico, ha scelto la “terza via”: vado e mi faccio notare. Se non è coerenza questa….

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