CATTOLICI, POLITICA E “SCELTA RELIGIOSA”: BREVE NOTA A MARGINE di Matteo Truffelli

di BorgoAdmin

Il recente intervento della Presidente del Consiglio al Meeting di Rimini ha suscitato, comprensibilmente, diverse reazioni, provocando in particolare motivate proteste e puntuali precisazioni nei confronti dell’interpretazione infondata con cui la leader di Fratelli d’Italia ha fatto riferimento alla “scelta religiosa”, ossia la scelta fatta propria dall’Azione Cattolica Italiana a partire dalla metà degli anni Sessanta. Quella scelta, infatti, non fu affatto un modo per “estraniarsi” dalla vita sociale e politica a favore di una religiosità intimistica, come troppo spesso si continua a dire senza alcun rispetto per la verità storica né per l’esperienza di fede vissuta in tutti questi anni da milioni di credenti. Più che naturale, perciò, che tante persone abbiano reagito a quel discorso ribadendo il valore ecclesiale, culturale e politico della scelta compiuta dall’Ac, sottolineando la delicatezza di una vicenda storica che generò ferite e lacerazioni, difendendo la memoria di tantissime donne e uomini che anche a caro prezzo hanno dato un contributo decisivo alla vita del nostro Paese, e non per ultimo sollevando anche qualche legittimo interrogativo circa l’autentico scopo e i reali destinatari di quelle parole, suggerite, evidentemente, da qualcuno interessato a rispolverare antiche dispute, forse con la speranza di «occupare spazi». Molte cose giuste, dunque, sono state scritte nei vari commenti apparsi sui giornali e in rete, e altre se ne potrebbero aggiungere, trasformando un episodio sgradevole in un’occasione propizia per dare vita a una seria riflessione sulle scelte (e non scelte) assunte dalla Chiesa italiana nell’immediato postconcilio e nei decenni a noi più vicini. Non è questo, però, il luogo in cui farlo.

Una cosa, tuttavia, vale forse la pena sottolineare: ciò che più colpisce di quell’intervento, pronunciato con il legittimo intento di blandire l’uditorio, è la trasparente riproposizione di una concezione riduttiva e strumentale del rapporto tra appartenenza ecclesiale e preferenze di natura partitica, tra riferimento ideale a principi (anche) religiosi e opzioni storicamente contingenti. Del rapporto, insomma, tra fede e politica. Un approccio che, occorre sottolinearlo, non appartiene certo alla sola Presidente Meloni, o a una sola parte politica, ma rappresenta un modo radicato e diffuso di concepire il legame tra sfera religiosa e dimensione politica. Né si tratta solamente di un atteggiamento dettato dall’aspirazione, cinicamente coltivata tanto a destra quanto a sinistra, di conquistare il “voto cattolico” (che peraltro, come dimostrano tutti i dati e gli studi disponibili, non esiste più da parecchio tempo). C’è anche questo, sicuramente, ma pure qualcos’altro. È la spinta a fare dell’elemento religioso un collante politico svuotato da ogni urgenza di fede, riducendolo a un fattore di divisione tra “i nostri” e “i loro”, un insieme di parole d’ordine, con diversa polarità a seconda dei casi (“progressista” o “conservatrice”). Non si tratta, d’altra parte, di un fenomeno solo italiano. Basti pensare alle ambigue forme di commistione politico-religiosa che hanno segnato l’affermazione e i primi mesi di governo di Donald Trump negli Stati Uniti, ma anche agli atteggiamenti forse meno sconcertanti – ma non per questo meno problematici – tenuti negli ultimi anni da alcuni leader politici in Europa, che rischiano di trasformare l’adesione al Vangelo in mera rivendicazione identitaria, la passione religiosa in spericolato piedistallo del potere. Un modo di intendere la rilevanza pubblica del cristianesimo che trova accoglienza soprattutto in quei credenti convinti che la bontà di un’offerta politica si misuri in base alla capacità (o alla promessa) di difendere valori, interessi e precetti religiosi. E che questo sia un criterio sufficiente per sostenere o meno una determinata forza politica. Un approccio, quest’ultimo, che non fa che ribadire la strumentalità del rapporto tra politica e fede: invertendo i termini, il prodotto non cambia.

La “scelta religiosa” nacque dall’esigenza esattamente contraria. Dalla necessità, cioè, di superare ogni forma di “collateralismo” tra comunità ecclesiale e forze politiche di qualsiasi orientamento, concorrendo, al contempo, alla vita del Paese attraverso l’azione culturale, sociale e politica di credenti formati e responsabili, generosi e liberi, chiamati a fare i conti con la propria coscienza. Una scelta fondata sul rispetto della distinzione dei piani e sulla convinzione – o per meglio dire la consapevolezza – che una realtà ecclesiale non può che utilizzare per la propria opera di annuncio e testimonianza «le vie i mezzi propri del Vangelo, che, in molti punti, differiscono dai mezzi propri della città terrestre» (GS 76). Strumenti, risorse e metodi dell’apostolato non possono essere gli stessi del potere. E al contempo la ricerca e l’utilizzo del potere devono essere finalizzati alla costruzione del bene comune, che non può essere circoscritto alla tutela di alcuni principi, o alla promozione di interessi di parte. Ragioni e preoccupazioni che portarono l’Azione Cattolica a decidere per la “scelta religiosa” non sembrano, col tempo, aver perso validità e importanza. Al contrario, paiono aver acquisito ancora più rilevanza alla luce dei cambiamenti intercorsi negli ultimi decenni, sia sul piano politico sia su quello della cultura religiosa e della formazione delle coscienze. Il discorso pronunciato dalla Presidente del Consiglio, insomma, ci aiuta, paradossalmente, a comprendere con ancora maggiore chiarezza l’estrema attualità e la forza profetica della “scelta religiosa”.

 

 

 

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2 commenti

Luciano Salvatore Rocca 19 Settembre 2025 - 9:25 pm

Condivido quanto detto nell’articolo, ma con una precisazione. Non so se sia sufficiente che “la bontà di un’offerta politica si misuri in base alla capacità (o alla promessa) di difendere valori, interessi e precetti religiosi”, certo è che la “scelta religiosa”, condivisibile, implica anche uno scrutinio dell’ “offerta” riferibile a quei valori umani – ancor prima che religiosi – da troppo tempo ormai trascurati dalla politica in generale. Come dire, la scelta religiosa, nel preciso significato da Lei descritto, deve entrare in campo

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Il Borgo Admin 24 Settembre 2025 - 7:47 pm

Buonasera Luciano e grazie del tuo interessante commento. Lo abbiamo girato all’autore Matteo Truffelli che ti risponderà quanto prima. A presto e continua a seguirci!
Il Borgo.

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