“BUSSATE E VI SARÀ APERTO. L’ECOLOGIA ALLE PORTE DEL DIRITTO” di Monica Cocconi

di BorgoAdmin

Il Festival FuturoPresente, ideato e coordinato dal prof. Antonio D’Aloia, ha offerto alla nostra città, nei giorni 24 25 e 26 ottobre, un luogo dove le differenti discipline si sono incontrate, si sono contaminate e hanno provato a pensare insieme le forme della società che verrà. In tale prospettiva il futuro non è stato immaginato solo come un tempo da attendere o da custodire ma come uno spazio di pensiero da costruire dove le diverse discipline, in dialogo fra loro, possono contribuire a ridisegnare insieme le nostre categorie di azione, di responsabilità e di convivenza. Il titolo dell’Evento di domenica mattina, moderato dalla sottoscritta— “Bussate e vi sarà aperto. L’ecologia alle porte del diritto” — era già una dichiarazione d’intenti. L’idea che l’ecologia non debba restare fuori dalla casa del diritto, ma vi debba entrare, metterlo in discussione, trasformarlo. Ne abbiamo parlato insieme al prof. Edoardo Chiti, della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e con Chiara Bertogalli, Presidente di Legambiente.    Viviamo davvero in un’epoca di policrisi, diceva Edgar Morin: crisi climatica, perdita di biodiversità, diseguaglianze crescenti, migrazioni ambientali. Tutto ciò impone l’adozione di un linguaggio nuovo.
L’ecologia, oggi, ha sottolineato il prof. Edoardo Chiti, non è più solo la scienza che studia gli equilibri naturali. È diventata — anche per il legislatore — una grammatica politica. A partire dal Green New Deal europeo del 2019, fino alla Legge sul ripristino della natura (Nature Restoration Law) e alla disciplina sul clima, l’Unione Europea ha contribuito a costruire un vero e proprio diritto ecologico.

Ma cosa ha significa questo? Significa che la sostenibilità non è più un obiettivo “di contorno”, bensì un criterio di orientamento per tutte le politiche pubbliche. Il diritto, per restare efficace, deve apprendere il linguaggio della complessità: essere più flessibile, adattivo, capace di misurare gli effetti reali delle proprie regole.
Dal punto di vista di chi lavora sul territorio, tutto questo è molto concreto. Legambiente – ha sottolineato Chiara Bertogalli – lo verifica ogni giorno.
Pensiamo ai progetti di rigenerazione urbana, alle politiche sulla qualità dell’aria, alla lotta al consumo di suolo o all’installazione di impianti per energie rinnovabili.
L’ecologia degli ecosistemi ci insegna che ogni decisione locale ha effetti che si riverberano altrove: non esiste una scelta neutra in materia ambientale.

A Parma, ad esempio, il recente dibattito sul posizionamento di nuovi impianti fotovoltaici ci ha ricordato che la transizione energetica deve essere accompagnata da un pensiero sulla giustizia territoriale: chi paga i costi e chi riceve i benefici? Proprio qui emerge la differenza — e il legame — tra politiche ambientali ed ecologiche. Le prime tutelavano elementi separati (aria, acqua, suolo); le seconde guardano ai sistemi di relazione tra essi, e tra essi e le persone.
È un’evoluzione culturale, prima ancora che normativa.
L’ecologia – ha rilevato Chiti – costringe il diritto a interrogarsi non solo su cosa regolare, ma su come farlo. Il diritto ambientale tradizionale era prescrittivo: fissava limiti e divieti. Il diritto ecologico, invece, diventa orientativo: accompagna i processi di trasformazione, riconosce l’incertezza e la gestisce, piuttosto che eliminarla. In questo senso, l’ecologia entra nel cuore della governance pubblica, trasformando anche il modo di regolare delle istituzioni europee e nazionali.
E lo fa mettendo in primo piano la biodiversità e il cambiamento climatico, che non sono temi solo naturalistici ma anche sociali. La perdita di biodiversità e il cambiamento climatico sono due facce della stessa sfida: quella della resilienza. Proteggere le specie, i paesaggi, gli equilibri ecologici significa anche rafforzare la capacità delle comunità umane di adattarsi ai mutamenti in atto. Forse, allora, la domanda che ci accompagna oggi è proprio questa: può il diritto diventare ecologico, cioè capace di apprendere dalla natura la logica della connessione e dell’equilibrio? Come ricordava Hans Jonas, “la più grande sfida del nostro tempo è riconciliare l’uomo con la natura, senza ridurre l’uno né l’altra”.
L’incontro si è concluso con un confronto aperto e vivace con il pubblico presente in Sala. Molti interventi hanno sottolineato l’urgenza di costruire un alfabeto comune tra diritto, scienza e cittadinanza, perché la sostenibilità non resti una parola astratta ma diventi una prassi quotidiana.

Nel dialogo tra accademia e associazionismo, tra teoria e prassi, è emerso un messaggio chiaro: l’ecologia in realtà non è più alle porte del diritto. Sta già bussando, e il diritto deve imparare un’effettiva apertura.

 

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