Borgo NewsLa Piazza ANNA POLITKOVSKAJA E LE VOCI CHE NON SI LASCIANO ZITTIRE di Anna Pellegrini di BorgoAdmin 29 Gennaio 2026 di BorgoAdmin 29 Gennaio 2026 357 Il 7 ottobre 2006, giorno del compleanno di Vladimir Putin, Anna Politkovskaja viene assassinata nell’ascensore del suo palazzo a Mosca. Cinque colpi. Nessun testamento. Se ne avesse scritto uno, forse sarebbe stato breve: “Non smettete di guardare”. A vent’anni dalla sua morte, il suo sguardo resta un faro per chi crede che la libertà di informazione sia la colonna portante di ogni democrazia. Il recente incontro al Municipio di Parma con gli studenti del liceo Bertolucci, nell’ambito del progetto “Interviste alla legalità”, ha restituito forza e urgenza alla sua testimonianza. L’iniziativa, giunta alla terza edizione, è promossa dall’Osservatorio permanente della legalità dell’Università di Parma e dal circolo culturale Il Borgo. Monica Cocconi, ideatrice del progetto, ha ricordato come “Anna Politkovskaja sia stata una giornalista che ha lottato per la legalità, denunciando le violenze del potere”. Ad aprire l’incontro, l’assessora alla pace e ai diritti umani Daria Jacopozzi, che ha ricordato come la libertà di stampa sia un diritto fragile, da difendere ogni giorno. Jacopozzi ha anche citato il Premio Assange, promosso annualmente dal Comune di Parma, come segnale concreto di attenzione verso chi rischia la propria libertà per informare.“Se vuoi continuare a lavorare come giornalista, è solo servilismo nei confronti di Putin. Altrimenti può esserci la morte, un proiettile, un veleno o un processo”, scriveva Anna nel 2004. Nel 2001 fu costretta a rifugiarsi a Vienna. Nel 2004, perse conoscenza dopo aver bevuto un tè: un probabile tentativo di avvelenamento. Nel 2006, stava per pubblicare un’inchiesta sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate a Ramzan Kadyrov. Il giorno dopo la sua morte, la polizia sequestrò tutto il materiale. Il figlio Ilia, dopo il terzo processo, dichiarò: “Non posso dire di essere soddisfatto della sentenza perché non sono stati individuati i mandanti, che è la cosa più importante.” Al centro del dialogo, il contributo della giornalista Anna Zafesova, esperta di Russia e collaboratrice de “La Stampa”. Zafesova ha offerto una lettura lucida del contesto post-sovietico. Ha parlato della totale assenza di stampa indipendente in Russia, della repressione sistematica del dissenso, e delle analogie con altri contesti, come l’Iran, dove la libertà di espressione è duramente ostacolata. “In Russia non c’è spazio per opinioni libere. Il giornalismo è diventato un atto di resistenza.” Antonio Mantelli, volontario di Missione Valentina, realtà parmigiana che porta aiuti umanitari in Ucraina, ha restituito la dimensione reale della guerra in Ucraina: i controlli alle frontiere, le difficoltà logistiche, la collaborazione con Padre Igor e Suor Giustina, l’impatto delle consegne nei villaggi vicini al fronte. La constatazione che “gli oggetti che qui sembrano ordinari, lì diventano strumenti di sopravvivenza”. Oggi, in un mondo saturo di informazioni, distinguere il vero dal manipolato è più difficile che mai. La Russia è al 171° posto su 180 nel World Press Freedom Index. I media indipendenti sono banditi, dichiarati “agenti stranieri”, sottoposti a censura militare. “La propaganda è come le radiazioni. Non è possibile stare vicino al blocco numero 4 della centrale nucleare di Černobyl’ e non rimanere contaminati”, ha detto Dmitrij Muratov, direttore della Novaja Gazeta e Premio Nobel per la pace. Ad oggi in Russia 48 giornalisti sono in carcere, di 26 sono ucraini, rendendo la Russia lo Stato che imprigiona il maggior numero di giornalisti stranieri. Zafesova ha anche discusso il ruolo della propaganda e della disinformazione, evidenziando come la manipolazione dell’informazione sia oggi più sofisticata e pervasiva. “La sfida non è solo dire la verità, ma riuscire a farla arrivare.” Prova a far arrivare la verità, un’anziana parrucchiera, con un gesto ordinario. La donna condivide, sul gruppo WhatsApp del suo condomino, un video delle torture perpetrate dall’esercito russo in Ucraina. Le autorità russe esercitano un controllo cosi pervasivo da entrare nei telefoni delle persone; la donna viene condannata per il reato di diffusione di fake news sull’Esercito russo. Una resistenza silenziosa, frammentata ma tenace che tiene accesa una luce sottile di verità in un Paese dove informare è diventato un atto di coraggio quotidiano. 0 FacebookWhatsappEmail post precedente LA FORZA DEL DIRITTO CONTRO LE RAGIONI DELLA FORZA di Monica Cocconi post successivo IL DITO (S)PUNTATO DEGLI ADULTI di Riccardo Campanini Dalla stessa sezione BORGODAY: IL BORGO PREMIA SILVIA SANTURO E ANGELA... 25 Giugno 2026 “FAR CRESCERE LA TECNICA SENZA FAR REGREDIRE IL... 25 Giugno 2026 EURO DIGITALE, L’ACCORDO C’È. 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