AIUTO MEDICO A MORIRE. UNA LEGGE NAZIONALE È ORMAI IMPROROGABILE di Vittorio Franciosi – Medico Oncologo, Presidente Centro Bioetica “Luigi Migone”

di BorgoAdmin

Il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, ha promulgato la prima legge regionale sulle “Modalità organizzative per l’attuazione delle sentenze della Corte Costituzionale 242/2019 e 135/2024”, che il Consiglio Regionale della Toscana, l’11 febbraio 2025, aveva approvato. La legge, dopo una temporanea sospensione a seguito del ricorso presentato dai partiti di minoranza al Collegio di garanzia, poi rigettato, specifica quali dovranno essere gli organismi, le modalità, i tempi (circa 50 giorni) e i luoghi con i quali dare compimento alle richieste di suicidio medicalmente assistito. Un anno fa anche la Regione Emilia Romagna, attraverso l’Assessorato alle Politiche per la Salute, fece da apripista adottando uno strumento tecnico, la Determina n. 2596, a tutt’oggi pienamente operativa, nonostante siano pendenti due ricorsi al TAR, che detta istruzioni simili ma non identiche a quelle della Regione Toscana (ad esempio, tempi di attuazione: 42 giorni). Le leggi regionali (e le determine) relative ad una materia così delicata come l’aiuto medico a morire, anche se si limitano a definire le modalità organizzative di attuazione del suicidio medicalmente assistito, sollevano rilevanti questioni etiche di equità e giustizia. Prima di tutto determinano un’inaccettabile discriminazione delle persone ammalate in base alla regione di appartenenza. Le possibili conseguenze potrebbero essere: l’adozione di modalità organizzative diverse a seconda dei regolamenti regionali; la migrazione dei pazienti dalle regioni che dispongono di modalità organizzative meno favorevoli (o che ne sono ancora prive), verso regioni meglio organizzate; comportamenti opportunistici da parte dei sistemi sanitari regionali stessi.

I rischi della “regionalizzazione” delle procedure è uno dei motivi per cui ritengo inevitabile e urgente che il Parlamento produca una (buona) legge nazionale sull’aiuto medico. Un altro motivo è che la sentenza 242/2019 ha già introdotto in Italia, di fatto, la possibilità di richiedere l’aiuto medico a morire, che pur non essendo riconosciuto neppure dalla Corte Costituzionale come un vero e proprio diritto, viene legittimato quando richiesto da persone pienamente capaci di intendere e di volere, tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale per patologie irreversibili, fonti di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili. Il terzo motivo è che le cure palliative, efficaci, proponibili a tutte le persone sofferenti ma in gran parte inattuate, pur essendo in grado di ridurre il numero di richieste di suicidio assistito, non saranno mai in grado di annullare completamente le richieste di suicidio medicalmente assistito di quella minoranza di pazienti che sperimentano sulla loro pelle un tipo di sofferenza, soprattutto esistenziale, percepita come insopportabile. Per tutti questi motivi serve una (buona) legge nazionale che disciplini l’aiuto medico a morire. Una legge che sarà molto difficile da scrivere, rispettosa della laicità e del pluralismo delle idee e capace di riconoscere il valore intrinseco della vita bilanciandolo con i valori della libertà, della dignità e dell’autodeterminazione delle persone. Una legge che riconosca le circostanze concrete della sofferenza delle persone senza trascurare i rischi, storicamente reali, della deriva eutanasica soprattutto nei confronti degli individui più fragili e indifesi. Una legge, ispirata ad uno stile dialettico e ad una pietas, che Giuliano Amato ha saputo esprimere molto bene nella sua introduzione al documento del “Cortile dei Gentili”, lo spazio di discussione etica fra credenti e non credenti voluto dal cardinale Gianfranco Ravasi: “Ci ha unito il rispetto degli uni per i principi degli altri, e quindi, qui, il rispetto da un lato per l’indisponibilità della vita, dall’altro per l’autodeterminazione. Ma ciò che ci ha consentito di procedere in una ricerca comune non è stato il tentativo di metterli teoricamente d’accordo. È stata la comune volontà di non metterli esplicitamente in campo davanti a circostanze nelle quali dominante era ed è per tutti noi un fortissimo e fortemente condiviso fattore comune: la pietà umana …. “.

Dalla stessa sezione

Lascia un commento