Borgo NewsLa Piazza A MARGINE DELLO SCONTRO FRA TRUMP E PAPA LEONE. ESISTONO ANCORA GUERRE GIUSTE? di Monica Cocconi di BorgoAdmin 6 Maggio 2026 di BorgoAdmin 6 Maggio 2026 190 Negli ultimi anni, il rapporto tra leadership politica e autorità morale religiosa è tornato al centro del dibattito internazionale, in particolare quando si confrontano visioni radicalmente diverse sull’uso della forza, sulla sicurezza e sulla giustizia globale. Le tensioni emerse tra Donald Trump e papa Leone (in una prospettiva simbolica che richiama l’attuale evoluzione del magistero cattolico) non rappresentano semplicemente uno scontro personale o ideologico, ma rendono visibile una frattura più profonda: quella tra una concezione realista e assertiva della politica internazionale e una visione etica sempre più orientata alla nonviolenza e alla limitazione radicale della guerra. Per comprendere questa contrapposizione è necessario partire da lontano. La tradizione cristiana, fin dalle sue origini, è stata attraversata da un dilemma fondamentale: come conciliare il comando evangelico dell’amore per il nemico con la necessità di difendere la giustizia e proteggere le vittime dell’ingiustizia? Nei primi secoli, molti cristiani risposero in modo netto: un discepolo di Cristo non può uccidere in nessun caso. Questa posizione, ispirata a una lettura letterale del Discorso della montagna, privilegiava una forma di pacifismo radicale, che escludeva anche la legittima difesa. Con il passare del tempo, tuttavia, la Chiesa si trovò a confrontarsi con la complessità della storia: imperi, invasioni, violenze sistemiche. Da qui nacque la teoria della “guerra giusta”, un tentativo di porre limiti morali all’uso della forza. L’idea non era quella di giustificare la guerra in quanto tale, ma di stabilire condizioni rigorose che ne rendessero eventualmente legittimo il ricorso. Tra queste condizioni figurano la giusta causa (oggi identificata quasi esclusivamente nella difesa), l’ultima istanza (cioè l’esaurimento di tutte le alternative pacifiche), la proporzionalità, la legittima autorità e la ragionevole possibilità di successo. Questa costruzione teorica ha avuto un’enorme influenza, contribuendo anche allo sviluppo del diritto internazionale. Tuttavia, già nel Novecento, e soprattutto dopo le devastazioni delle guerre mondiali, essa ha iniziato a mostrare i suoi limiti. La guerra moderna, infatti, non è più un conflitto circoscritto tra eserciti, ma coinvolge intere popolazioni, economie, ecosistemi. L’avvento delle armi di distruzione di massa ha reso sempre più difficile rispettare criteri come la proporzionalità e la distinzione tra combattenti e civili. È in questo contesto che emerge una svolta decisiva: il passaggio dal pacifismo alla nonviolenza attiva. Non si tratta semplicemente di rifiutare la guerra, ma di elaborare forme alternative di resistenza all’ingiustizia. Le esperienze storiche dei movimenti guidati da Gandhi o Martin Luther King hanno dimostrato che è possibile opporsi a sistemi oppressivi senza ricorrere alla violenza, mobilitando invece strumenti come la disobbedienza civile, la pressione internazionale e la partecipazione popolare. La Chiesa cattolica ha progressivamente riconosciuto il valore di queste esperienze. A partire dal Concilio Vaticano II, si afferma una nuova sensibilità: da un lato si continua ad ammettere, in linea teorica, il diritto alla legittima difesa; dall’altro si incoraggia esplicitamente il ricorso a mezzi nonviolenti. Questa doppia linea riflette una tensione interna, ma anche un’evoluzione: i criteri della guerra giusta vengono mantenuti, ma applicati in modo sempre più restrittivo. Ed è proprio qui che si inserisce il contrasto con una certa visione politica contemporanea, rappresentata emblematicamente da Donald Trump. In questa prospettiva, la sicurezza nazionale e la difesa degli interessi strategici giustificano un uso ampio della forza, inclusa la possibilità di azioni preventive o unilaterali. La logica è quella della deterrenza, della supremazia militare e della capacità di intervenire rapidamente contro le minacce percepite. Al contrario, il magistero cattolico più recente, che qui associamo simbolicamente a papa Leone, insiste su un principio diverso: la guerra non è solo uno strumento estremo, ma un fallimento dell’umanità. Non basta limitarla; occorre lavorare per eliminarla come opzione. Questa posizione non ignora il problema della violenza e dell’ingiustizia, ma propone di affrontarlo attraverso strumenti alternativi: diplomazia, cooperazione internazionale, rafforzamento delle istituzioni multilaterali, promozione dei diritti umani. Uno dei punti più delicati di questo dibattito riguarda l’intervento armato in difesa di terzi, ad esempio per fermare genocidi o aggressioni. Anche qui la posizione ecclesiale è articolata: da un lato si afferma che non esiste un “diritto all’indifferenza”; dall’altro si stabiliscono limiti molto stringenti. L’obiettivo non può essere la vittoria totale o il cambio di regime, ma semplicemente il disarmo dell’aggressore. Una volta raggiunto questo scopo, l’uso della forza perde la sua giustificazione. Questo approccio si scontra inevitabilmente con le dinamiche reali della politica internazionale, dove gli interventi militari sono spesso motivati da una pluralità di interessi e raramente si limitano a obiettivi puramente difensivi. È proprio questa distanza tra ideale e pratica che alimenta la tensione tra visione religiosa e strategia politica. Un altro elemento centrale è il principio di proporzionalità. La tradizione cristiana riconosce che, in alcuni casi, può essere moralmente obbligatorio sopportare un’ingiustizia piuttosto che reagire con una violenza che produrrebbe conseguenze peggiori. Questa affermazione, apparentemente paradossale, mette in discussione uno dei presupposti fondamentali della politica moderna: l’idea che la forza sia sempre giustificata quando serve a difendere i propri interessi. Infine, vi è la questione della responsabilità individuale. Anche in guerra, non tutto è lecito. Colpire deliberatamente civili, obbedire a ordini criminali, utilizzare armi indiscriminate sono atti che non possono essere giustificati in nessun caso. Questo principio, affermato con forza dopo la Seconda guerra mondiale, rappresenta uno dei pilastri dell’etica contemporanea della guerra. Nel complesso, ciò che emerge è una trasformazione profonda della dottrina cattolica: la guerra giusta non è formalmente abolita, ma diventa sempre più difficile da giustificare. I criteri restano, ma la loro applicazione concreta porta quasi sempre a escludere la legittimità del ricorso alle armi. È proprio questa evoluzione che rende il confronto con alcune posizioni politiche contemporanee particolarmente acceso. Da un lato, una visione che considera la forza uno strumento inevitabile e talvolta necessario per garantire ordine e sicurezza; dall’altro, una prospettiva che vede nella guerra un male strutturale da superare, promuovendo invece una cultura della nonviolenza e della responsabilità globale. La tensione tra queste due visioni non è destinata a risolversi facilmente. Essa riflette, in ultima analisi, una domanda fondamentale: è possibile costruire un ordine internazionale giusto senza ricorrere alla violenza? Oppure la guerra, per quanto limitata e regolata, rimane una componente inevitabile della storia umana? La risposta che emerge dal magistero più recente è prudente ma chiara: la guerra non è inevitabile, ma evitarla richiede un cambiamento radicale di mentalità, istituzioni e priorità politiche. Ed è proprio questo cambiamento che continua a essere al centro del confronto, talvolta aspro, tra autorità morali e potere politico. 0 FacebookWhatsappEmail post precedente SINODO / LA LENTA LIEVITAZIONE DELLA CHIESA ITALIANA di Franco Ferrari post successivo “VOTO DUNQUE SONO”. 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