2026: TRA LA VIA DEL DIRITTO E IL WEST   di Riccardo Campanini

di BorgoAdmin

Non c’è bisogno di scomodare Sergio Leone e la sua celebre massima sull’uomo con la pistola e quello con il fucile per constatare che nel cosiddetto “stato di natura” il più forte ha (quasi) sempre la meglio sul più debole. Il diritto e la legge sono nati appunto per questo: per trovare un modo diverso dalla violenza per risolvere le controversie tra gli esseri umani e per ridurre, e tendenzialmente eliminare, le differenze tra il potente e l’indifeso, il ricco e il povero, chi è più istruito e chi lo è meno. Negli ultimi secoli, poi, regole e principi si sono estese gradualmente anche ai rapporti tre gli Stati fino alla formalizzazione di un vero e proprio “diritto internazionale” e al suo recepimento – almeno sulla carta – da parte di quasi tutti i Paesi del mondo. Sulla base di queste premesse verrebbe da pensare che i più interessati a difendere e promuovere le regole di convivenza pacifica tra gli Stati dovrebbero essere appunto quelli più deboli – politicamente e militarmente – specie quando il diritto internazionale viene violato da qualche Paese particolarmente forte e aggressivo. Ma anche nelle relazioni tra Stati esistono dei “riflessi condizionati” che tolgono lucidità e capacità di comprendere con obiettività il senso degli avvenimenti: e così, all’indomani dell’invasione dell’Ucraina, molti Stati del cosiddetto Sud del mondo, anziché condannare apertamente l’aggressore russo, hanno reagito con un atteggiamento più sfumato, tendente alla neutralità se non addirittura ad una malcelata simpatia nei confronti di Putin e e delle sue mire espansionistiche. Retaggio, queste reazioni, di quei sentimenti antioccidentali pienamente giustificati all’epoca dei movimenti di emancipazione dal dominio coloniale europeo e dalle ingerenze nordamericane, ma decisamente anacronistici nel mondo di oggi che, ad esempio, vede la Cina conquistare sempre più mercati e risorse in Africa e in America Latina (compreso il Venezuela….), scalzando i vecchi “padroni” occidentali, e la Russia penetrare nell’Africa sub-sahariana promuovendo colpi di stato e sostenendo i vari dittatori locali. Eppure, come si diceva sopra, i primi ad essere danneggiati da questa “messa tra parentesi” del diritto internazionale sono appunto i Paesi più deboli sul piano politico e militare; e un esempio perfetto delle conseguenze di questo ritorno alla legge del più forte è arrivato in queste settimane con il blitz statunitense in Venezuela e con le minacce rivolte da Trump ad altri Stati vicini, come Colombia e Cuba ma anche a territori più lontani, in primis la Groenlandia. Quando, insomma, si chiude un occhio – o forse due – sulla prepotenza russa in Ucraina il minimo che ci si può aspettare è che la stessa aggressività venga prima o poi messa in campo dagli Stati Uniti, i quali già per conto loro non sono certo restii a darsi da fare indipendentemente dal “buon esempio” altrui (come dimostrano tanti casi anche recenti, dall’Afghanistan all’Iraq).

Se questa è la situazione, allora i principi del diritto internazionale hanno qualche speranza di sopravvivere in questo difficilissimo periodo storico solo se si realizzerà una “grande alleanza” tra chi crede ancora in quelle regole, a qualsiasi continente appartenga e qualunque sia la sua storia passata: Stati europei, africani, asiatici, latino-americani….uniti e risoluti a far sì che alle pistole e ai fucili di Leone (Sergio) subentri finalmente la pace “disarmata e disarmante” di Leone XIV. Che è anche il migliore augurio, e il principale impegno, per questo 2026 appena cominciato ma già carico di tensioni e di violenza.

 

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