E’ fin troppo facile in occasione della Festa del 2 giugno cogliere la palese contraddizione tra l’art. 1 della nostra Costituzione, che pone il lavoro a fondamento della Repubblica, e il tragico bollettino di morti sul lavoro che accompagna quotidianamente la cronaca del nostro Paese. Bollettino che, in realtà, sarebbe ancora più pesante se alle vittime “dirette” si aggiungessero anche le tante che hanno subito gli effetti i dei disastri provocati da impianti industriali inquinanti e dannosi per la salute. E tuttavia, nel coro dei molti che giustamente denunciano questa gravissima ferita alle stesse fondamenta della nostra vita civile, ci sono alcune prese di posizioni sbagliate o almeno inopportune. Le prima è quella di chi invoca leggi e pene più severe per chi viola le norme di sicurezza; ma in realtà, fermo restando che sono sempre possibili miglioramenti e aggiornamenti in questa materia, l’attuale normativa è più che sufficiente per garantire la sicurezza dei lavoratori (e anzi interviene talvolta a normarne aspetti secondari o addirittura irrilevanti). Il vero problema è che, come in tanti altri campi, spesso essa  viene in parte o completamente disattesa e quindi sarebbe meglio esortare ciascuno a fare la propria parte con responsabilità e rispetto della legalità,  anzichè demandare come al solito tutto allo Stato. La seconda presa di posizione sbagliata , che merita qualche parola in più, è invece quella che, pur condannando la mancata applicazione delle misure di tutela dei lavoratori, ricorda però che esse sono comunque un costo aggiuntivo per i datori di lavoro e che quindi la loro scrupolosa applicazione rischia di compromettere la possibilità delle imprese di competere positivamente. Ma in realtà – e il nostro territorio ce ne offre tanti importanti esempi – sono proprio le aziende che hanno investito sul benessere dei lavoratori (sicurezza in primis, ma anche welfare aziendale, condizioni di lavoro confortevoli, e così via) quelle che hanno ottenuto i maggiori successi imprenditoriali, proprio perchè capaci di incentivare il coinvolgimento e l’aumento di produttività dei lavoratori.

Il vero problema – ma qui il discorso si fa lungo e complesso – è che nel nostro Paese vi è ormai una netta spaccatura (che non è propriamente geografica ma di altra natura) tra aree e zone dove appunto la logica imprenditoriale è quella appena richiamata e altre in cui tante aziende vivono “al limite”- talvolta superandolo – della legalità e del rispetto delle regole (basti vedere la recente polemica politica su “massimo ribasso” e “subappalti”), tanto che si potrebbe affermare che se la “classe” operaia è ormai quasi scomparsa, come si sente dire orami da decenni, gli operai (singoli) sono ancora tanti, ma sempre più isolati, senza quelle forza che l’essere uniti e solidali garantiva loro, e quindi impossibilitati a sottrarsi alle piccole o grandi “deroghe” alla sicurezza che vengono introdotte in nome della produttività e della “sopravvivenza” dell’ azienda (quasi sempre piccola o piccolissima).

Vi è poi – non meno urgente – il tema del lavoro che non c’è, nel duplice aspetto della disoccupazione, soprattutto giovanile, ma anche della carenza di manodopera di cui soffrono tante realtà produttive, sia a livelli “alti (laureati e tecnici specializzati) che “bassi”(in particolare i lavoratori stagionali). Insomma, verrebbe da dire che su questa dimensione fondamentale dell’esistenza delle persone e delle famiglie, ma anche della stessa vita democratica del nostro Paese, c’è davvero tanto, tanto lavoro da fare…