In tutte le scuole della nostra Regione le lezioni sono orami terminate. Sono partiti gli esami, partiranno i corsi di recupero nella secondaria di secondo grado e partirà il Piano Estate grazie ai finanziamenti ministeriali.  Ciò significa che, se ci saranno richieste da parte delle famiglie, le attività promosse dalla scuola, con la collaborazione di enti ed istituzioni del territorio, continueranno fino all’inizio del prossimo anno scolastico.Negli ultimi giorni di scuola ho proposto un sondaggio nelle mie numerose classi e gli aggettivi che sono state più frequentemente scelti per definire il secondo anno di pandemia vissuto a scuola sono stati: “stressante”, “impegnativo”, “difficile”, “confuso” …anche se qualcuno ha messo anche l’accento sulla novità dell’esperienza e sull’aumento di alcune competenze. Tutti però sono convinti che avrebbero imparato di più in un anno “normale” perché la didattica a distanza, che pure dobbiamo benedire perché ci ha permesso di “tenere aperta” la scuola, ha molti limiti.  Certo, tutto ciò che è stato imparato e sperimentato in questo anno e mezzo resta un patrimonio di conoscenze e competenze che dobbiamo assolutamente custodire e valorizzare. Non solo le maggiori competenze sul piano tecnologico ma, più in generale, sul piano didattico. La DAD, infatti, ha costretto a inventare nuove strategie che hanno favorito l’autonomia e la responsabilità di ragazze e ragazzi. In alcune scuole, per esempio, ci si è trovati a gestire per lungo tempo classi spezzate: il 50% seguiva in presenza e l’altro 50% da casa tramite piattaforma online. È chiaro che mantenere il doppio canale comunicativo da parte dell’insegnante era molto difficile e quindi, per evitare che quelli a casa fossero “dimenticati”, veniva assegnato loro un lavoro da svolgere individualmente o in gruppo, da presentare la lezione successiva o da consegnare tramite altra piattaforma online (molte scuole utilizzano “Classroom”). Oppure la lezione veniva svolta dalle persone che erano a casa perché, connessione funzionante premettendo, seguire loro sul grande schermo della classe era facile. Noi insegnanti inoltre abbiamo aumentato di molto la nostra capacità di variare le modalità comunicative utilizzando molto più che in passato le presentazioni (tipo power point ma non solo), le lavagne virtuali (come jamboard oppure i padlet…), i video ecc. Nella scuola dove insegno abbiamo anche abbreviato l’ora istituendo 10 minuti di “decompressione” tra un’ora e l’altra. Questo è stato ovviamente molto apprezzato dalla parte studentesca, ma anche dalla parte docente ci si è resi conto che le ore intervallate da pause erano più proficue. Quale che sia la soluzione, una maggiore cura per la gestione del tempo scuola sarà necessaria.

In generale, le grandi sfide che sono ri-emerse con forza in questo anno di pandemia sono almeno due:

  1. il passaggio, più volte invocato ma ancora difficile, da una scuola centrata sull’insegnamento a una scuola centrata sull’apprendimento. In essa il cruciale ruolo dell’insegnante deve essere di stimolo, motivazione, supporto e guida alla ricerca di ragazze e ragazzi che devono interpretare un ruolo sempre più attivo e responsabile (quindi più interessante ma anche più faticoso). Solo in questo modo potranno “imparare a imparare” acquisendo una delle competenze chiave richieste dalla società di oggi
  2. la possibilità della scuola di non limitarsi a registrare le differenze di capacità e strumenti di chi frequenta per diventare un luogo in cui chi ha meno capacità le acquisisce, chi ha meno aiuti e strumenti li trova. Sforzi ne sono stati fatti: molte famiglie sono state dotate di personal computer in comodato gratuito, la scuola è sempre stata in presenza per studenti fragili (es. con certificazione 104). Ma molto c’è ancora da fare perché il contesto famigliare continua a contare moltissimo nel successo e nell’insuccesso scolastico e questa è una grave sconfitta per la scuola pubblica.                                                                                                                                                       Possiamo però guardare al futuro con fiducia perché nella scuole italiane c’è una ricchezza diffusa di iniziative innovative che andrebbero messe a sistema. Poco da inventare insomma ma molto da valorizzare e coordinare perché l’autonomia didattica istituita a fine anni Novanta non si traduca in anarchia ma sappia identificare un modello culturale condiviso. È ciò che indica, mi pare, anche il “Manifesto dell’autonomia didattica” presentato da Luigi Berlinguer e Valeria Fedeli l’otto marzo scorso. E la data non è stata scelta a caso visto che la scuola italiana è gestita per la grande maggioranza da donne sia nel ruolo docente che dirigente.