Alla grande manifestazione di Roma di sabato 27 novembre c’era un cartello fuxia con una scritta nera che diceva: “Non può patriarcare per sempre”. L’abbiamo trovato di una potenza straordinaria nella sua quasi scorretta semplicità “Non può patriarcare per sempre” è il messaggio di lotta e di speranza che ci serve per ricordarci due cose fondamentali. La prima è che il patriarcato non è indistruttibile, ma si può abbattere e lo si deve fare insieme: uomini, donne e soggettività non binarie.La seconda è che è il patriarcato il nostro vero nemico, ciò contro cui dobbiamo combattere. Perché è la fonte delle ineguaglianze, delle discriminazioni, il perno sul quale, da sempre, ruotano sessismo, maschilismo, dominio, possesso. Questo semplice cartello ci ricorda che abbiamo sbagliato a permettere che questa parola potesse essere ridicolizzata, coperta di polvere, addirittura messa da parte, quasi ad illuderci che il patriarcato non esistesse più, che fosse morto dopo le grandi stagioni delle contestazioni femministe della seconda metà degli anni Settanta. Sostenere che la nostra lotta è contro il patriarcato non ci rende né delle pazzə esaltatə né dellə ridicolə nostalgichə. Ma semplicemente esplicita ciò che deve essere l’obiettivo comune da perseguire.  Il femminismo è questo e null’altro. È l’urgenza di liberarci da ruoli di genere che millenni di storia hanno calcato addosso a uomini e donne, costringendoci ad essere ciò che non siamo, ciò che non vogliamo, ma che dobbiamo essere per poter essere accettatə, per poter avere successo, per poter vivere senza doversi giustificare e difendere continuamente.

“Non può patriarcare per sempre” anche e soprattutto a partire dalle parole che utilizziamo, che sono il nostro modo di nominare il mondo che ci circonda. Parole che ancora esprimono le gerarchie tra i sessi, le differenze, i rapporti di sudditanza e di forza che imprimono e divulgano antichi stereotipi, difficilissimi da smantellare. È stato facile, infatti, creare stereotipi e luoghi comuni sulle donne perché, quando la storia occidentale ha creato l’uomo e il cittadino, la donna – ancora per due secoli – ha continuato a rimanere una categoria, mai considerata nella sua individualità, ma solo un sottogruppo privo di diritti, debole, indifeso e da tutelare. Questo è stato ed è il patriarcato. La costruzione di una società nella quale la donna è stata privata delle due qualità essenziali e cioè l’indipendenza e il possesso della propria persona. Al contrario, l’uomo, in quanto individuo libero e cittadino, è stato sovraccaricato di forza, potere e virilità per trasformarsi in un soggetto perfetto nella sua infallibilità. Ed oggi che le donne hanno conquistato l’indipendenza e la libertà di autodeterminarsi e di possedere se stesse, mentre l’uomo mostra i segni dell’infallibilità maschile, il patriarcato ferito reagisce nel solo modo conosciuto ai perdenti: la violenza. Questo bisognerebbe scrivere quando si parla di violenza per seminare nuove consapevolezze, scardinare la cultura che abbiamo ereditato ed arrivare ad eliminare una narrazione che spesso è matrice di violenza, poiché continua a proporre una lettura sessista e tossica della realtà che ci circonda. Ed è questo che la Casa delle donne di Parma sta facendo da due anni a questa parte nella nostra città, nonostante le tante difficoltà dovute alla pandemia, all’assenza di una sede e non da ultimo alla censura da parte della stampa. Dalle assemblee settimanali ad arrivare alla rubrica “Squarci femministi” che esce sui nostri canali Facebook e Instagram ogni giovedì pomeriggio, fino alle grandi manifestazioni organizzate in città di cui l’ultima proprio lo scorso giovedì 25 novembre, così si potrebbe riassumere l’impegno della Casa. Al quale si deve aggiungere Re-sister, il primo festival Femminista della nostra città, che lo scorso settembre per tre giorni ha portato al parco ex Eridania oltre duemila persone e ha coinvolto attivamente 120 volontariə, provenienti da tutta Italia. Parlare della Casa, farla conoscere a quante più persone possibile e viverla è importante, perché la Casa siamo tuttə noi. Nata circa due anni fa da un piccolo gruppo di donne e di amiche che ha cominciato a chiedersi per cosa valesse la pena impegnarsi in questo mondo così annichilito e intriso di sessismo, dove poter convogliare il tempo e le energie faticosamente strappate a lavoro e famiglia, oggi è composta da circa 650 sociə. E se siamo in così tantə è perché in moltə sentiamo il desiderio e il bisogno di abitare in città un luogo femminista e transfemminista all’interno del quale donne etero, lesbiche, trans, transgender, precarie, antirazziste, antifasciste, dissidenti possano sentirsi finalmente a Casa. Liberə di essere se stesse e di esprimere con gioia le proprie competenze, i propri talenti, i propri saperi, ma anche di condividere le difficoltà e le paure e ricevere forza e sorellanza.  La Casa è uno spazio pensato per le donne, ma che non esclude gli uomini perché sappiamo che il cambiamento sarà possibile solo se a lottare saremo insieme e se avremo tutti la stessa chiara visione che “non può patriarcare per sempre”.

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