Lunedì scorso il Consiglio comunale di Parma ha approvato una Mozione finalizzata al ricordo delle vittime africane durante l’occupazione coloniale italiana, con particolare riferimento all’atroce massacro di Addis Abeba (migliaia di persone innocenti uccise) e all’altrettanto terribile strage compiuta nel Monastero copto di Debre Libanos, in cui furono sterminati dalle truppe italiane di occupazione circa 200 tra seminaristi e pellegrini.  Da parte sua, il Presidente Draghi  in occasione della Festa della Liberazione aveva ricordato che “non tutti gli italiani furono brava gente” quando si trattò di scegliere se stare dalla parte della libertà o da quella della tirannia. Fare i conti con la storia è sempre una questione delicata e rischiosa: in questi mesi, ad esempio, si sta verificando in diversi luoghi e contesti una sorta di ripudio generalizzato di buona parte della tradizione culturale occidentale, a partire dalle sue fondamenta greche e romane, accusata di essere razzista, sessista e colonialista. Ma tra le due reazioni di fronte al passato – da un parte quella che anima la Mozione sopra citata e le dichiarazioni di Draghi, e dall’altra la furia iconoclasta di chi vorrebbe cancellare quasi completamente 2000 e più anni di storia e di pensiero –  c’è una differenza fondamentale e decisiva: che sta nel valore e nell’importanza da attribuire al ricordo e alla memoria. Nel secondo dei casi citati, infatti, si vorrebbe appunto rimuovere tutto quello che si ritiene sbagliato e superato nella tradizione culturale arrivata fino a noi. Ma questa operazione dimentica che il mondo di oggi è figlio tanto dell’eredità positiva quanto degli errori di quello di ieri e che –per citare un noto passo evangelico – il rischio (o meglio la certezza) è appunto quello di buttare via il grano delle grandi idee, delle (lente e complesse) conquiste morali e civili assieme alla zizzania dell’intolleranza, del fanatismo, dei pregiudizi. E va anche ricordato che, come ci ha insegnato la psicanalisi, la rimozione è un pessimo modo di affrontare i traumi ereditati dal passato, perché non permette di dare loro un nome e di riconoscerli, con la conseguenza che le ferite rimangono tali, e anzi fanno ancora più male se non si riesce spiegarne l’origine. Lo spirito che anima la Mozione approvata dal Consiglio comunale e le parole di Draghi sul XXV aprile vanno invece in senso opposto: quello appunto di preservare la memoria, da usare – e questo è il punto cruciale – non come “arma” per improbabili rivendicazioni o addirittura vendette postume, ma per capire e vivere meglio il mondo di oggi e di domani: come ha detto Draghi in via Tasso, “nel conoscere in profondità la storia di quegli anni, del fascismo e dell’occupazione nazista, saremo più consapevoli dell’importanza dei valori repubblicani, di come siano essenziali per difenderli  ogni giorno”. Analogo discorso si può fare per le stragi coloniali italiane, il cui ricordo può servire anche come monito contro ogni rappresentazione stereotipata e manichea delle etnie e dei rapporti tra i (presunti) popoli “civili” e quelli (cosiddetti) “arretrati” o addirittura selvaggi. Nessuna gente, infatti, nasce “brava” per natura; e forse è questo l’errore più grave che commette la cosiddetta cancel culture, cioè il non considerare che “civili” si diventa, e non in un colpo solo, ma attraverso i progressivi passi in avanti, sempre parziali e mai definitivi, che l’umanità ha prodotto dai suoi albori fino ad oggi –  ognuno dei quali, per quanto provvisorio e imperfetto, è importante e degno di essere ricordato.  E d’altra parte, se nessuno, andando verso la vecchiaia, si augura di perdere la memoria un motivo ci sarà…