Tanti i temi trattati nel riuscito incontro con Marco Bentivogli, stimolato dagli interventi del prof. Giacomo Degli Antoni dell’Università di Parma, sotto il cappello del titolo “Lavoro e Sviluppo”; così tanti che non riesco a farne una sintesi nello spazio di un articolo giustamente breve.Perciò mi concentrerò sul tema della formazione, peraltro sempre al centro delle tante riflessioni pubbliche del coordinatore del movimento Base Italia, sulla base della sua esperienza di alto livello nel sindacato.  Parlando di lavoro, si potrebbe pensare di occuparsi di formazione professionale in senso tradizionale, ma non è così, sia pure che questo tipo di percorso ha ancora un posto centrale per quei giovani che intendo dirigersi direttamente verso professioni tecniche di livello in prospettiva intermedio. Intanto, ci sono milioni di lavoratori che prestano la loro opera in fabbriche ed uffici che stanno cambiando. Non si deve credere che le fabbriche vadano verso una robotizzazione spinta che ne escluda gli umani. In realtà, robot dal lavoro massicciamente ripetitivo sono presenti nelle strutture produttive già da decenni. Oggi, però, con l’introduzione di una penetrante digitalizzazione, fino all’intelligenza artificiale, queste macchine sono fatte sempre più non per sostituirsi, ma per collaborare con l’uomo, Bentivogli ne ha fornito esempi concreti in quel settore di punta che è l’automotive. Più in generale, poiché oggi non è possibile andare in pensione “ancora giovani”, coloro che sono nel mondo del lavoro, diciamo, da oltre vent’anni, e sono stati preparati al contesto pre-digitale, hanno bisogno di formazione continua che consenta loro di muoversi, anche con soddisfazione, nel nuovo contesto.

Quanto ai giovani, un primo approccio utile è quello, per quanto contestato da alcuni, dell’alternanza scuola lavoro, che apre loro qualche spiraglio su quello che sarà il mondo dopo tanti anni di scuola. In realtà, quello che occorrerebbe sarebbe che una parte della scuola seguisse il sistema duale che vi è in altri Paesi, quali la Germania, dove gli studenti imparano un po’ in classe, e un po’ in azienda, unendo la teoria alla pratica quasi nello stesso momento. Un altro esempio positivo è quello degli ITS, Istituti Tecnici Superiori, che sono lo strumento più avanzato per la formazione post-diploma di tecnici di alto livello, con funzioni diverse da quelle degli ingegneri, ma superiori a quelle dei periti industriali, dando loro una molto più forte specializzazione. La provincia di Parma ne vede due: quello dedicato alla motoristica, automazione e meccatronica di Fornovo (MAKER), e quello dedicato alle tecnologie alimentari condiviso con Reggio.

Qui ci sono alcuni problemi da risolvere, anche in riferimento ai programmi non del tutto centrati contenuti nel PNRR. Il primo è in termini quantitativi: gli investimenti previsti non sono certo sufficienti a portare il nostro sistema di ITS vicino a quello tedesco, laddove gli studenti coinvolti sono dieci volte i nostri.Il secondo è di impostazione culturale. Le Università ambiscono ad avervi un ruolo, ed il PNRR su questo è ambiguo, vedendo forse queste strutture in concorrenza con le lauree triennali. In realtà si tratta di figure del tutto diverse, ed una differenza di fondo è che gli insegnanti degli ITS per lo più provengono dal mondo delle imprese, dando agli studenti contenuti altri rispetto a quelli che possono dare i professori universitari, che non perdono il loro ruolo nell’ambito tecnico-scientifico, che è appunto un altro.  Va sottolineato il ruolo che hanno le imprese in questo sistema formativo, come lo hanno di solito nella rete dei Tecnopoli ed altre quali le Reti Alta Tecnologia o i competence centers, altro tema di cui ha parlato Bentivogli suggerendo correttivi. Il sistema tedesco vede infatti ben differenziate le funzioni di diversi percorsi, che hanno un pregio fondamentale: quello di avere obiettivi precisi e misurabili. Ma la difficoltà a rispondere di quello che si fa, annebbiando un po’ le situazioni, è uno dei difetti del nostro sistema Paese, e bisogna cambiare questa prospettiva come premessa di riforme che hanno costi, non solo economici, e devono avere un rendimento sul piano sociale. Questo per proporre quello che ci ha detto Bentivogli: al centro è la persona, ma non in quanto frase ormai scontata che va bene per tutte le occasioni, ma perché un mondo del lavoro che porta allo sviluppo di tutti non può che basarsi su persone formate e motivate, che anche in azienda sentano di poter partecipare e costruire insieme il futuro proprio e di tutta la comunità.