“Tutte le sere più o meno all’orario in cui in tante case ci si appresta a cenare, alcune associazioni escono per andare alla stazione ferroviaria, luogo dove si ritrova un popolo vario: senza dimora, lavoratori con basso reddito, giovani sbandati, immigrati fuoriusciti dai canali dell’accoglienza, a volte nuclei familiari monoreddito o senza reddito. L’Assistenza Pubblica, la Comunità di Sant’Egidio, i City Angels, gli Uniti in Cristo e la Ronda dei Cuori (per le colazioni), sono le associazioni che compongono la rete della bassa soglia, per non dire bassissima. Si porta un po’ di cibo, qualche coperta nei mesi più freddi, qualche vestito, qualche telefonino vecchio modello, qualche informazione sui servizi, ma soprattutto si cerca di dare l’occasione per fare due chiacchiere, una battuta, per parlare di come va la vita, per sfogarsi. Perchè se è vero che questa pandemia ha ulteriormente peggiorato la situazione economica, è altrettanto vero che l’altra importante conseguenza è una grande solitudine, anche in chi vive ai margini. Ci sono alcune storie che colpiscono più di altre, in cui useremo nomi di fantasia. Ibrahim lavorava come aiuto cuoco in un ristorante; è sposato ha due figli e vive in una casa vicino alla stazione. Non lavora da circa un anno, da quando è iniziato il lockdown che ha colpito duramente il settore della ristorazione. Viene a prendere quel poco cibo che mettiamo nei sacchetti perchè è utile per preparare la merenda ai figli che vanno a scuola. Quando mi capita di prendere una pizza o altro cibo da asporto, perchè i ristoranti sono chiusi di sera, penso anche a lui e a tutti quelli che la pandemia ha impoverito.

Poi c’è Luigi; una vita normale, poi qualche anno fa una malattia, un matrimonio finito male, la casa   persa per le rate del mutuo non pagate ed infine un grande esaurimento nervoso; il risultato è la stazione come abitazione, forti problemi di alcolismo e una grande perdita di fiducia in se stessi e negli altri. Questi, come tanti altri incontri, gettano la luce su una parte della città da molti definita “invisibile” che raramente si incontra, ma che è comunque la stessa in cui tutti noi viviamo; spesso, nella vita di chi incontriamo in stazione, si legge anche la nostra vita. A volte per alcuni di loro è bastato un licenziamento oppure una relazione finita male e allora ci si chiede. Perchè a lui è capitata questa disgrazia e a me no? E’ il primo passo dell’empatia, del mettersi nei panni di, che diventa il motore che spinge tante persone a venire in stazione per dare una mano. Questo è più o meno quello che le associazioni vivono andando in stazione ogni sera, magari con la speranza di poter fare qualcosa in più per aiutare non solo nei bisogni quotidiani, ma far sì che qualcuno possa risollevarsi ed uscire da quella spirale di eventi negativi, che è la vita per strada.”

Bruno Scaltriti – Comunità di Sant’Egidio

Scrivo dopo aver letto col cuore questo racconto di  “un amore invisibile” donato da Bruno, che ha scelto di sostare nei luoghi reali della strada, delle arcate sotto i ponti. Ha scelto di vedere. Sabato ho iniziato con le mie alunne e alunni del Liceo, su loro richiesta, un servizio alla mensa di Caritas: anche loro volevano vedere e smetterla di essere altrove. Bello. Sofia (nome fittizio) ha iniziato a piangere quando, dopo un’ora di distribuzione del cibo, è arrivata una famigliola: giovane mamma, carina,con piumino nero con pelliccia (come vestono le ragazze…) e tre bimbi dai 10 ai 4 anni…se l’avessimo incontrata per strada avremmo tirato diritto, una “come noi”. Sofia ha pianto per 15 minuti, non si fermava. Abbiamo paura, perchè fa male toccare e vedere chi rappresenta quell’ incubo che nella nostra vita non vorremmo mai vivere: la miseria, la povertà vera per cui hai bisogno degli altri, devi dipendere dalla bontà degli altri. Eppure ci sono anche io in quel limite e in quel bisogno dell’altro, nessuno di noi è autonomo o indipendente, siamo per natura dipendenti e interdipendenti, anche se non lo vogliamo vedere e ci raccontano che ce la possiamo fare da soli.  La pandemia ci ha insegnato che senza l’altro non sono, che siamo fragili corpi, prima di tutto. Allora parlare di chi nella nostra città fa più fatica è anche parlare di noi come cittadini, di quanto abbiamo il coraggio di guardare dentro di noi e fuori di noi questa fragilità, per raccogliere e accoglierci reciprocamente. Parma nel passato ha testimoniato la sua anime solidale, una pietà che diventa progetto e passione per e con il povero. Forse dovremmo chiederci quanto stiamo mantenendo viva questa capacità, che Padre Lino rappresenta da sempre, di incontrare senza vergogna la povertà,  senza compatirla o pensare sia solo un costo. Quanto è importante in una scala di valori rappresentativa della città la sua capacità di condividere? Ce lo ricorda sempre il Vescovo Solmi, voce sola in Parma 2020.   Diceva Karl Marx che il valore di una società si misura sul quanto si prende cura degli ultimi (fino ai carcerati).

A Parma come altrove le povertà che rasentano la miseria sono aumentate (anche se forse meno che in altre zone di Italia come il Nord, come Milano) e sono legate a d alcuni fattori ( che ora  la pandemia peggiora) come ha indicato il recente rapporto Caritas, dei quali il primo è quello abitativo.  L’impossibilità di sostenere affitti  troppo cari e utenze, mette al muro sia fisicamente che psicologicamente singoli e famiglie intere. Se perdo il lavoro posso sempre cercarlo, ma se perdo anche la casa ( perchè è cara rispetto a ciò che guadagno ) allora è il baratro, entro nel circuito dell’assistenza che rischia di diventare strutturale. Questo succede alle persone italiane, ancora di più a quelle straniere che, spesso a causa di un pregiudizio diffuso, non accedono agli affitti neppure se in possesso di uno stipendio fisso.  Se ci si pensa bene strada è l’opposto di casa: chiamiamo “invisibili” coloro che invece “vediamo” sempre per strada, sempre che non si vogliano nascondere, ma che noi nascondiamo a noi stessi, dimenticando.   In una città in cui sono migliaia (forse 8000) le case vuote, paradossalmente è ancora endemico il problema della sostenibilità degli affitti per un numero sempre più alto di persone. Questo sia per la carenza di un sistema pubblico che non riesce, o non ha voluto farlo, a rispondere ai bisogni di tutti coloro che necessitano di un tetto sulla testa, con dignità, ma anche per una assensa totale di cultura del diritto alla casa riconosciuta bene primario, e quindi di adeguate politiche che incidano su un mercato libero che non ascolta certo il grido del povero. Lo studio svolto dallo psicologo Sam Tsemberis della Colombia University  negli anni ’80 in una America sempre più liberista, dimostra che attraverso le politiche abitative forti e capillari, si poteva fare uscire dalla marginalità anche psicologica un gran numero di persone, con successivi benefici da parte di tutti. Housing first nasce all’inizio degli anni ’90 e sviluppa un principio logico: se risolvo il problema della casa riesco a risollevare le persone attraverso una migliore stabilità psicologica, quindi lavorativa e inclusiva, portando all’ autonomia  e alla guarigione psichica un gran numero di assistiti. Tutti sappiamo che la pandemia  porterà ad allargare la forbice della diseguaglianza e il numero di persone nel bisogno e dobbiamo valutare come affrontare un futuro che da questo punto di vista sarà peggiore del passato.

Ora per fortuna abbiamo il blocco degli sfratti, ma in futuro il tema esploderà. Caritas nel 2018 ha aperto il dormitorio femminile “Cento Lune”, purtroppo oggi vuoto a causa anche della pandemia, ma sicuramente necessario per accogliere tante donne con bimbi, rimaste senza tetto anche per sfratti esecutivi ( che solo nel 2019 sono stati 248 circa). Gli italiani che si sono avvicinati ai servizi sociali o alle Caritas parrocchiali ( che lavorano strenuamente con  reti spontanee eccezionali sul territorio e spesso invisibili anch’ esse) sono aumentati del 20% rispetto all’anno precedente, segnando un trend che va osservato, studiato congiuntamente dall’ amministrazione comunale dal sistema sanitario territoriale e dagli enti del terzo settore che se ne occupano. Il tema povertà e politiche sussidiarie come il reddito di cittadinanza verranno inseriti prossimamente nel Comitato di distretto e nell’Ufficio di piano di cui è capofila il comune di Parma: sarà uno snodo importante per rendere efficaci le politiche sul territorio del distretto. Oltre alla casa avremo un problema di lavoro, poiché i tanti e tante (ma molti sono maschi) che hanno perso il lavoro e le risorse disponibili, aumenteranno, a meno che non si facciano velocemente delle politiche di sostegno al lavoro e di inclusione lavorativa un po’ innovative. In un periodo nuovo non si può procedere con sistemi e regole vecchie. Il recente Rapporto Istat  vede nel 2020 in Italia un aumento di 1 mln di persone in povertà assoluta (quindi non relativa…che sono ancora alcuni milioni), mentre 1,3 mln sono i minori in povertà economica ed educativa. Questo principio di realtà deve essere molto chiaro alla politica, poichè il vero welfare generativo non significa tanto creare cittadini volontari che vanno a dare una mano gratis (come molte amministrazioni pensano di fare) ma cercare le “leve” con cui sollevare dalle povertà educative, abitative e lavorative quel gran numero di persone che si troverà sempre più a rischio di marginalità e di non recupero. Significa anche lavorare su un cambio di paradigma economico che si sposta dalla supremazia dei grandi sistemi finanziari ad una concezione etica e sostenibile.

Il Comune di Parma, grazie al forte lavoro del terzo settore che dal basso propone sempre modelli di cura e sostegno, può accogliere quasi tutti coloro che desiderano trovare posto per dormire ( durante la Pandemia i dormitori sono stati aperti anche per più tempo durante il giorno) e sempre vi sono stati posti disponibili anche all’ultimo momento. Bisogna riconoscere che esistono anche persone che non accettano l’accoglienza nel dormitorio preferendo stare in strada: sono pochi ma esistono in tutte le città e per loro è prezioso l’incontro degli angeli di cui ci ha parlato la Comunità di Sant’Egidio. Ma vi sono altri invisibili che vivono in solitudine e non facilmente raggiungibili dai servizi, persone anziane che sempre Sant’ EgiDio cerca di trovare e di accompagnare con amicizia. Per situazioni ancora più gravi il Comune di Parma è partner al progetto “INSIDE” che vede la Regione Emilia- Romagna capofila per la gestione di interventi strutturati e innovativi per contrastare la grave emarginazione adulta , progetto finanziato con fondi europei.  Forse va ricordato che senza l’ Europa il Welfare sarebbe azzoppato, e non solo il welfare: quando si parla di fondi regionali spesso si parla di fondi europei, per fortuna spesi bene nella nostra Regione. Inside sostiene persone che , purtroppo, non hanno più speranze di riprendere in mano la propria vita con lavoro in autonomia, sia per l’età, sia per la situazione psichica o psicofisica. Il progetto, permette ad un ente di seguire con cura personalizzata circa 25/30 (uomini o donne senza reti famigliari sufficienti) in appartamenti e case dedicati, per qualcuno di proprietà. Speriamo possa proseguire e rinnovino i finanziamenti.

Esiste infine un grande mondo della invisibilità fatto di anziani soli ma anche delle tante badanti che, sappiamo, convivono con i nostri cari senza avere una propria rete famigliare vicina. Penso che per prevenire queste nuove e numerose situazioni di solitudine, depressione, abbandono, sia necessaria una revisione del sistema sociosanitario in cui il sanitario sappia interloquire con il sociale per prevenire, riconoscere, accompagnare da vicino, anche con l’aiuto dei corpi intermedi. In futuro sarà fondamentale realizzare queste reti, calde e personalizzate. Tra i progetti presenti nel Ricovery found per fortuna è stato inserito quello delle “Case della comunità”, che contiene una visione sinergica a tutto tondo dei sistemi di cura: sanità, sociale, cultura nel territorio, in un principio di prossimità. Obiettivo certamente è non permettere che le persone diventino invisibili ma anche che i nostri occhi si aprano con coraggio, ammettendo, prima, che siamo ciechi. E che nella miseria o povertà non c’è colpa, ma possibilità di incontro e di reciprocità generativa e responsabile.