Mai come oggi, al tempo della pandemia, il corpo fisico diventa l’elemento essenziale per definire i comportamenti e l’etica della polis, limitato o libero nei movimenti, definito come soggetto sociale e culturale, singolo e/o collettivo. Poi, un corpo economico, utile alla produzione oppure temporaneamente sospeso, o allontanato da essa. Chi era già ai margini, o privo di struttura a sostegno, attende che, passato il temporale, qualcuno si occupi di lui. Il teatro strutturato o lo Stato. Chi già faticava a vivere, spera di sopravvivere. L’economia male sopporta i tempi lunghi dell’introspezione, dell’approfondimento, dell’ignoto. Però, nel tempo del vivere mascherati anche il teatro strutturato, pianificato a lungo termine, dotato di grandi risorse teme l’incerto, e tutto l’indotto nei suoi diversi settori lo teme di riporto. Il tempo della pandemia è il tempo della paura, aldilà della speranza tutta umana di uscirne al più presto, ma per il teatro? per il linguaggio del teatro? per il teatro del corpo fisico, il teatro dell’umano, sia che si rappresenti on stage sia che partecipi, guardando e vedendo? Scrivevamo tempo fa: “Forse l’esperienza primaria della paura dovrebbe ritornare all’uomo, all’attore parafulmine, all’eroe mancante nell’epoca dei superuomini virtuali. L’uomo dovrebbe ritornare ad essere uguale a zero e, come scrive Hölderlin, nell’infinita debolezza trovare la sua massima potenza.

Se è nella decomposizione/trasformazione/trasfigurazione che l’opera d’arte percorre un vero cammino di luce e conoscenza, chi meglio dell’uomo, e quindi della forma artistica che non può prescindere dalla sua presenza – il teatro -, può riaffermare il primato dell’essere sull’apparire? Certo non tutto il teatro ma il teatro del falso movimento. La nostra esperienza artistica ci ha disegnato una mappa che è fatta di tanti percorsi scuri e oscuri ma dove abbiamo incontrato la vera bellezza lì c’era l’impronta di un passo incerto, claudicante, insicuro. Un balbettío. Fosse una “Veduta” scritta nella notte scura di Hölderlin o un “carne, dura marcia carne –“ di una luminosa attrice sensibile.” Nel tempo della post-pandemia ogni piccolo passo deve garantire sicurezza, difesa totale da aggressioni, garanzia di negatività al virus. La relazione tra regista e attore deve di necessità cambiare, può prevedere un periodo di prova a distanza, di studio e analisi, ma poi ci sarà sempre un luogo fisico dove l’umano si darà in pasto ad altri umani, e l’immagine non potrà più ritardare l’evento, anche se per l’emergenza si è mostrata bellissima. Intanto ben vengano le proposte, le riflessioni a ripensare un’arte che si dovrà armare di fluidità, differenza, più leggera nelle dimensioni per meglio mutare, meglio avvicinarsi ad altri umani, più duttile alla malattia, alla resistenza, al nuovo mondo. Lo spazio in particolare ci ha portati fuori dal nostro spazio naturale, verso la natura dello spazio, verso il site-specific che ci caratterizza da diversi anni; e nello spazio e nel tempo cerchiamo di indagare, come scienziati, le nostre origini, il nostro significato. Oggi c’è un’interessante coincidenza di pratiche comuni tra ricerca scientifica e ricerca artistica, naturalmente attraverso strumenti e linguaggi differenti, ma la velocità di alcune scoperte che riguardano l’Universo, l’infinitamente grande, e l’infinitamente piccolo, la Natura nel suo complesso, i mutamenti climatici e i relativi comportamenti umani, ci portano ad una accelerazione – e maggior precisione –  anche dei nostri approfondimenti drammaturgici, quasi che il tempo presente ci sembrasse sfuggire di mano. Le due modalità dello spazio per Deleuze, deserti e mari, spazio urbano e punti fissi, libertà e proprietà, nomadismo e stanzialità possono sovrapporsi secondo schemi e movimenti che arrivano all’improvviso. Come le rivoluzioni, migratorie e climatiche. Queste e altre sono le proliferazione rizomatiche che ci appassionano, differenti pratiche estetiche, linguistiche e poetiche in uno spazio di Natura, di presenze divine e di teatri.

Costretti a ripensarci in una nuova dimensione, in proiezioni nemmeno troppo vicine, presumibilmente lontane – uno, due anni? -, a riconsiderare il lavoro fin qui fatto e come fare quello di domani, il senso nuovo e la funzione de facto, privata e sociale, comunitaria nell’accezione più vera, agire insieme. Come si può “insieme” se costretti a non toccarci, non respirarci, non incorporarci. Chi preferisce il silenzio, la chiusura pensando alla riapertura, chi continua a comunicare tramite restrizioni, sicurezze sanitarie, oppure sembianze, forme incorporee, immagini, chi è tormentato dalla diminuzione drastica di posti a sedere (le grandi strutture), dall’abbandono di abbonati restii a ritornare se non in totale sicurezza (anche se il teatro dovrebbe essere luogo tutt’altro che rassicurante), pur se distanti dall’azione scenica, pur se al riparo – seduti in poltrona – dalla catarsi liberatoria dai propri traumi e conflitti. Paradossalmente, le restrizioni ricadono di più sui grandi spazi teatrali a visione frontale che non sui piccoli spazi di ricerca e sperimentazione più abituati a disposizioni dinamiche di spettatori e forme di rappresentazione. Lo Stato, la struttura, faticano a sostenere la velocità del mutamento in corso e propongono soluzioni temporanee a tampone. Mentre la nuova Legge 175, che attendeva ancor prima i decreti attuativi e alcuni ripensamenti radicali, si teme sia ormai obsoleta nell’impianto, rispetto alle conseguenze della tempesta sanitaria. Perciò, pragmaticamente, rimane come l’ipotesi più realistica la presa in esame dei diversi decreti sulle riaperture; anche se pensati per i grandi teatri, le grandi orchestre e i grandi eventi possono essere ritradotti per realtà più piccole, complesse e dinamiche come la nostra. Lenz Teatro, a norma di legge per 99 spettatori, replica diverse serate le proprie creazioni per una fruizione più ampia e, in site-specific, rivolge la propria proposta artistica ad un pubblico ben più numeroso e in proporzione alla capienza di spazi molto diversi, nei quali realizza le installazioni. Mi sembra la prima griglia concreta sulla quale riflettere e provare ad immaginare nuove dislocazioni, nuove architetture, nuove relazioni. Se poi consideriamo che da oltre dieci anni le produzioni di Lenz Fondazione vengono rappresentate in spazi monumentali (Duomo di Parma, Complesso Monumentale della Pilotta di Parma, Ex-Ospedale vecchio, ex-carcere napoleonico di San Francesco del Prato), storici e artistici (Palazzo del Comune, Palazzo Ducale, Reggia di Colorno, Rocca di San Secondo, il Museo Guatelli, la Villetta cimitero di Parma), spazi architettonici contemporanei (Ponte Nord, il Tempio di Valera, lo stesso Lenz Teatro) le diverse questioni relative alla gestione – in questo caso per emergenza sanitaria – del pubblico e degli spazi della partecipazione ci hanno sempre accompagnato.

Gli spettatori itineranti, interni alla scena, in piedi o seduti su seggiolini richiudibili e portatili, a distanza ravvicinata con l’azione teatrale o coreografica sono forme differenti di disposizione nello spazio scenico. Così come tante altre realtà produttive e festival fanno da tempo. Perciò le limitazioni derivanti dalle disposizioni per l’emergenza sanitaria sono, in parte, regole che non ci colgono alla sprovvista. Dobbiamo però riconsiderarle alla luce del nuovo stato di cose. Sono imposizioni emergenziali necessarie soprattutto a ritornare a casa, nella nostra casa di lavoro – che sia in campo aperto o nella cavità semicircolare di un’abside – oppure in altro luogo, da abitare poeticamente per un tempo definito. Oppure a Lenz Teatro, nella nostra piccola Cartoucherie.