Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è considerato a ragione una pietra miliare per, appunto, la ripresa del Paese dopo la crisi pandemica, che per noi è stata una pioggia sul bagnato, data la sostanziale stagnazione che ci accompagnava già dal 2009 in poi.Il Piano ha pregi e difetti (il primo difetto è già nel titolo, dove resilienza poco aggiunge al concetto di ripresa, e prelude a certe ridondanze di un documento lungo 337 pagine). Ma guardiamo anzitutto ai pregi: il primo è quello di identificare sei missioni abbastanza precise, che sono, nell’ordine (abbrevio alcuni titoli): Digitalizzazione e innovazione, Rivoluzione verde e transizione ecologica, Infrastrutture per mobilità sostenibile, Inclusione e coesione, Salute. E’ importante che si sappia guardare avanti, pur nel momento della pandemia, e pur avendo presente, com’è doveroso, il rafforzamento del sistema sanitario come uno dei pilastri del Piano, indicare questi altri cinque percorsi. Altro pregio è quello di definire bene le risorse a disposizione, che sono di 191.5 miliardi di Euro per il PNRR vero e proprio, che, con altri fondi, diventano 235,14. Va precisato che, dei fondi PNRR, la maggior parte, 122.6 miliardi, è un prestito che andrà restituito, e le sovvenzioni sono dunque di 68.9 miliardi pari a circa il 4% del nostro PIL nel 2020. Per comprendere meglio la loro reale entità, le rapportiamo al numero di cittadini italiani, che oggi sono 60,36 milioni: si tratta di circa 1.140 Euro a testa. Dovremo quindi far buon uso di questa cifra, quella che sia. Tuttavia, anche le risorse prestate verranno investite, per cui la cifra investita per ogni italiano sarà di quasi 3.900 Euro. Il governo si aspetta che questi investimenti inneschino una dinamica di sviluppo, con ritorni fiscali che consentano di ripagare l’extra-debito così contratto, e sperabilmente parte di quel 158% del PIL che abbiamo già sulle spalle. Per meglio intuire l’impatto economico del PNRR, mettiamo le cifre in relazione al territorio della provincia di Parma, che conta 452.000 abitanti: sono 516 milioni di Euro in sovvenzioni, e, in tutto, 1.76 miliardi. Cifre considerevoli, anche perché l’aspettativa è che siano in grado di muoverne altre, col concorso delle aziende e dei privati. In realtà gli importi a nostra disposizione saranno un po’ minori, perché uno dei presupposti del Piano è quello di destinare un 40% delle risorse al Meridione, che di per sé in termini demografici ed economici conta meno di questa percentuale. Venendo alla ripartizione dei fondi rispetto alle risorse, è utile la seguente tabella sintetica:

Settore Totale (miliardi di Euro) Pro capite (Euro) Provincia di Parma (milioni di Euro)
Digitalizzazione, innovazione nella pubblica amministrazione 10,96 182 82,3
Digitalizzazione innovazione sistema produttivo 30,98 513 231,9
Turismo e cultura 8,13 135 61
Agricoltura sostenibile 6,97 115 31.5
Transizione energetica, mobilità sostenibile 25,36 420 189,8
Efficienza energetica, edifici 22,26 369 166,8
Territorio e risorse idriche 15,37 251 113,5
Infrastrutture 31,46 520 235
Istruzione 20,89 338 152,8
Dalla ricerca all’impresa 12,92 214 96,7
Inclusione e coesione 25,62 424 191,6
Salute 20,33 337 152,3

 

Per comprendere meglio l’impatto sui vari settori, si potrebbero fare delle valutazioni approssimative. Ammettendo che a grandissime linee che gli occupati nel settore pubblico in provincia di Parma siano il 20% del totale, cioè circa 65.000, gli investimenti tra digitalizzazione nella PA, istruzione e salute sarebbero 387,4 milioni, pari a quasi 6.000 Euro pro capite. Se gli occupati in agricoltura fossero il 3%, cioè circa 10.000, gli investimenti sarebbero di 3.150 Euro pro capite. Per gli occupati degli altri settori produttivi avremmo in termini di digitalizzazione, innovazione e ricerca 328.6 milioni; inoltre avrebbero un effetto diretto sul mondo del lavoro privato anche i 515,3 milioni messi per l’efficienza energetica, territorio, risorse idriche, ed infrastrutture. Se le aziende di qualche rilevanza fossero 20.000 (di cui in effetti meno del 10% con più di 10 addetti), avremmo circa 42.000 Euro a impresa. Questo senza parlare di turismo e cultura. Non sarebbe una rivoluzione, ma comunque un significativo impulso sull’economia. Specie che qui non si parla di pagare 50 milioni per due mesi di stipendio del personale Alitalia, o miliardi di cassa integrazione a lavoratori di aziende decotte che non ripartiranno mai, o reddito di cittadinanza a persone che non hanno nessuna intenzione o possibilità di diventare produttive. Si vuole investire nella direzione del futuro. Cogliamo l’occasione qui per due considerazioni collaterali, che però ci sembrano importanti. L’impostazione che ho dato a questo intervento potrebbe apparire economicistica, quando ben sappiamo che l’economia non è tutto. A questo intendo rispondere. Chi ha redatto il PNRR è consapevole che il futuro non consta nel buttare miliardi di Euro giusto consentendo ai consumatori di acquistare un bengodi di prodotti fatti in Cina, per poi tornare daccapo con un debito maggiore di prima. La condizione per cui questi investimenti siano utili ai nostri concittadini, specie ai giovani e a chi verrà dopo di noi, è quella di realizzare delle riforme strutturali che attendono da fin troppo tempo. Il PNRR vi riserva un intero capitolo di 60 pagine, che specifica quali intende, in quale modo, con che risorse, ed in che tempi (molto brevi, francamente piuttosto irrealistici sulla base dell’esperienza). Parliamo di pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione nei contratti pubblici, nei regolamenti ambientali e urbanistici, promozione della concorrenza, e altro. Si parla anche qui di soldi, ovviamente, perché una parte di queste riforme non possono non essere accompagnate dai predetti investimenti. Non ci sarà per esempio semplificazione senza digitalizzazione, che costa in termini di reti, di apparecchiature, di software, di formazione degli addetti, anche se queste spese serviranno a poco se le procedure, leggi e norme resteranno quelle confuse e ridondanti di oggi. Che poi queste riforme si possano fare, che questo governo in particolare le possa fare, facilmente ed in breve tempo, non lo sappiamo. Purtroppo, contro, vi sono forti interessi corporativi, e resistenze ideologiche, e coorti di funzionari ai vari livelli che si troverebbero privati della loro attuale ragion d’essere, a doversi reinventare un lavoro. Tuttavia, identificare bene i problemi è già il primo passo per avviarsi alla loro soluzione. L’altra considerazione è sul fatto che si dica che troppo economicismo fa male all’ambiente e alle persone. Sospetto del resto legittimo, quando una delle riforme proposte consiste nello sfrondamento delle procedure di rilascio della Valutazione di impatto ambientale. Chi eccepisce ciò, parla tra l’altro di superamento del concetto stesso di PIL, considerando altri indici di benessere.

Questa è però un’obiezione, nella pratica, con poco fondamento. L’Onu propone anche criteri diversi per classificare la qualità della vita dei diversi paesi. Si tratta dell’indice di sviluppo umano (Isu), che tiene conto anche dell’aspettativa di vita media e del livello di istruzione delle persone, e del World Happiness Index, che considera ben 13 fattori oltre al PIL. Nella realtà, le tre classifiche sono strettamente correlate (si parla di PIL pro capite a parità di potere d’acquisto), più o meno gli stessi paesi sono in testa, e gli stessi in coda, con poche eccezioni. L’Italia si classifica intorno alla trentesima posizione nelle tre liste. Se confrontata con la prima (che è per il PIL il Lussemburgo, per l’Isu la Norvegia, e per il WHI la Finlandia) è al 36.7% del massimo del PIL pc ppa, al 93.2% del massimo dell’Isu, e all’82.6% del massimo del WHI. Ma se rapportata col paese che le è più simile tra quelli che la sopravanzano, la Germania, è rispettivamente al 79.5%, 94.2%, 90.6%. Dunque il nostro livello di benessere, secondo una valutazione non soggettiva di questa o quell’associazione, ma quella dell’ONU, è oggi un po’ migliore di quanto ci dica il mero PIL. Ma la relazione tra il benessere economico e quello che tenga conto anche di altri fattori è comunque molto stretta. Non è bene perciò anteporre l’obiettivo della crescita economica a quello della sostenibilità ambientale, ma nemmeno il contrario: un paese impoverito dalla scarsità di investimenti, incluse le infrastrutture, e/o dalla drastica messa fuori mercato della parte più debole delle imprese, sarà anche meno attrezzato per preservare e far crescere l’ambiente. Far crescere gradualmente il livello dell’industria, e forse anche di più quello dei servizi, sia nel settore privato, sia in quello pubblico, che è in media più arretrato, è la strada perché noi stessi oggi e soprattutto i nostri figli domani godiamo di un benessere più integrale.