L’evento è apparso per alcuni giorni sui grandi media: inatteso dai più e poco compreso in alcuni suoi caratteri peculiari. Conviene quindi scavare oltre la cronaca, onde individuarne i tratti salienti e la lezione da trarre. In premessa, Va richiamata l’agenda IF20-2021 che si basava su 2 obiettivi: continuità nel portare avanti azioni prioritarie con un focus su questioni urgenti; quindi mettere in campo sforzi per arricchire l’agenda attraverso la presidenza italiana del G20. Ed ecco qui la scelta ideata dall’Italia, che per la prima volta guidava questo vertice mondiale.  Anzitutto, l’INTERFAITH FORUM 2021 a BOLOGNA è durato ben tre giorni (dal 12 al 14 Settembre), tenendo impegnati 370 partecipanti, delegati da 70 Paesi. Il tema era racchiuso in una citazione biblica, tratta dal Libro dell’Ecclesiaste: ‘Il tempo della guarigione‘ (“Time to Heal”). Un richiamo evocativo alla pandemia da Covid-19 ed alle complesse conseguenze socio-sanitarie della guerra, che la tragedia afghana ha messo sotto gli occhi di tutti; come impegno a superare ogni divisione e contrasto in nome della religione; chiaro auspicio in ogni lingua.

Sono intervenute autorità europee e dei vari continenti. I lavori sono stati aperti dall’intervento del presidente del Parlamento europeo David Sassoli; mentre nel suo  messaggio augurale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scritto: “L’idea di riunire, in coincidenza con il G20, studiosi, rappresentanti delle diverse fedi ed esponenti della società civile in uno specifico momento dedicato alla dimensione spirituale, costituisce una scelta lungimirante, particolarmente in una congiuntura in cui si ripresentano tentazioni di utilizzare le espressioni religiose come elemento di scontro anziché di dialogo. La consapevolezza di come il fattore religioso sia elemento importante nella costruzione di una società internazionale più giusta, rispettosa della dignità di ogni donna e di ogni uomo, si va sempre più radicando”. A sua volta, papa Francesco ha rivolto un suo messaggio, che fra l’altro dichiarava: “La strada della pace non si trova nelle armi, ma nella giustizia. E noi leader religiosi siamo i primi a dover sostenere tali processi, testimoniando che la capacità di contrastare il male non sta nei proclami, ma nella preghiera; non nella vendetta, ma nella concordia; non nelle scorciatoie dettate dall’uso della forza, ma nella forza paziente e costruttiva della solidarietà”. Si sono svolte sessioni plenarie e tematiche, tavole rotonde e seminari su temi quali il ruolo della religione nel superamento delle disuguaglianze economiche nel periodo della pandemia, la salvaguardia dell’ambiente, la promozione dell’educazione e del dialogo tra culture diverse, il rispetto dei diritti umani. Si è trattato di un meeting assai denso, del quale si accenna solo ad alcuni momenti salienti.

Nella prima giornata, spiccava l’evento dal titolo «Plorabunt: memoria comune degli oranti uccisi nei luoghi di preghiera». L’uccisione degli oranti nei luoghi del loro culto, forma suprema e archetipa, in certo modo, del fratricidio, pone infatti un dilemma ineludibile alle persone che sono oggettivamente imparentate alla fede delle vittime e alla fede degli assassini. Cristiani uccisi in chiesa, musulmani uccisi in moschea, sinagoghe costrette a blindare gli accessi, assalti ai templi hindu e sikh costituiscono una sfida alla fraternità originaria e ineludibile: la richiesta di un “dov’è” alla quale nessuno può rispondere come Caino non lo so (“yada”). L’evento ha coinvolto laici e autorità religiose che insieme ne hanno fatto memoria: un «martirologio comune» per dire che davanti alla violenza credenti e non credenti, siamo fratelli tutti: di Caino, di Abele.

Nel secondo giorno, il tema “Mar Mediterraneo: Frontiera di Pace”. La sessione è stata realizzata in cooperazione con la CEI ed è stata presieduta dal card. Gualtiero Bassetti, presidente dei vescovi italiani. Sono intervenuti, tra gli altri, Yahya Sergio Yahe Pallavicini, della organizzaione musulmana Coreis, e l’arcivescovo copto ortodosso di Londra Angaelos, in rappresentanza di Sua Santità Papa Tawadros II.

Nel terzo giorno un evento a cura dell’Arcidiocesi, un dialogo fra il cardinale Zuppi e i rappresentanti di diverse fedi e chiese su «La cosa più urgente dopo il Covid». Insieme all’Arcivescovo, sono intervenuti: Mohamed Abdel-Salam, Segretario Generale dell’Higher Committee on Human Fraternity, stabilito per perseguire gli obiettivi del Documento sulla Fratellanza Umana firmato dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmed Al-Tayeb e da Papa Francesco; Stefano Manservisigià Direttore-Generale per lo Sviluppo e la Cooperazione Internazionale presso la Commissione Europea, presidente del Global Community Engagement and Resilience Fund; Valeria Termini, professore ordinario di Economia politica, titolare dell’insegnamento di “Economia e regolazione dei mercati dell’energia per uno sviluppo sostenibile”, Facoltà di Economia “Federico Caffè” dell’Università di RomaTre; Alessandra Trotta, moderatora dal 2019 della Tavola Valdese, l’organo che rappresenta ufficialmente le Chiese Metodiste e Valdesi nei rapporti con lo Stato e con le organizzazioni ecumeniche.

La sessione tematica “Il fattore religioso in Eurasia: sfide e opportunità” è stata presieduta congiuntamente da Andrea Giannotti, professore dell’Università di Pisa e Mgimo, e Patrizia Paoletti Tangeroni, ex deputata al Parlamento italiano, e sono intervenuti l’ambasciatore dell’Uzbekistan in Italia Otabek Akbarov, l’ambasciatore dell’Ordine di Malta in Vaticano Antonio Zanarli Landi, il presidente del consiglio dei musulmani del caucaso Allahshukur Pasha-zade, nonché un rappresentante della comunità musulmana della Russia. Un caso -quello dell’Uzbekistan- meritevole di attenzione, per l’unicità che rappresenta nel contesto geopolitico dell’Asia, sotto il profilo del pluralismo (con 130 nazionalità e gruppi etnici appartenenti a 16 religioni e operano 2.276 organizzazioni religiose, di cui 183 non islamiche), non a caso elogiato anche in sede ONU dalla Assemblea generale con una risoluzione speciale dal titolo significativo: “Illuminismo e tolleranza religiosa“.

Nella cerimonia di chiusura, Romano Prodi ha presieduto il dibattito conclusivo assieme ad Alberto Melloni. Tra gli interventi, quelli di Elly Schlein, di Riccardo Di Segni, rabbino capo della comunità ebraica romana, e di Antonio Tajani per il parlamento europeo. Le conclusioni, tratte dal presidente Draghi, hanno costituito infine un passaggio degno di attenzione; ma l’apice è stato proprio il documento conclusivo indirizzato ai Paesi G20, illustrato dal segretario della Fondazione per le Scienze Religiose, il prof. Alberto Melloni, contenente una brevissima dichiarazione di impegni comuni, fatta di sole tre frasi: “Noi non ci uccideremo. Noi ci salveremo. Noi ci perdoneremo“. Un elemento particolare va sottolineato: l’incarico affidato alla Fondazione Scienze Religiose (istituto fondato da Giuseppe Dossetti e diretto a lungo da Giuseppe Alberigo) suona come un riconoscimento a quel filone cattolico democratico e conciliare che ha sempre, nei decenni, operato sulle tematiche del dialogo. Oltre che come riconoscimento alla città che ospita l’Università più antica d’Europa. Fra le proposte scaturite dai lavori, vanno menzionate almeno 3: quella di istituire la CSCE del Mediterraneo avanzata da Evaris Bartolo, quella del Patriarca Ecumenico aper i Sustainable Human Goals e quella di un incontro interreligioso sulle ferite dei Balcani avanzata dal Presidente sloveno Borut Pahor. Infine, da considerare due recentissimi effetti di rimbalzo, sollecitati con ogni evidenza da quell’evento: il convegno “Fede e Scienza” e il convegno in vista di COP Glasgow, nei quali si è continuato a lavorare con obiettivi comuni, nel medesimo clima ecumenico e interreligioso.