Con la sobria solennità imposta dalle restrizioni pandemiche, sabato 24 aprile 2021 si è svolta a San Pancrazio la cerimonia di intitolazione di uno spazio aperto al “patriota” Giovanni Vignali. E’ uno spazio ancora spoglio, che attende di essere presto (dovrebbe accadere nel prossimo ottobre) qualificato da una cortina di alberi per creare un vero e proprio parco in cui, sostando, chiunque potrà chiedersi chi mai sia stato quel Giovanni Vignali che tra le file dei combattenti contro l’inciviltà assassina del nazifascismo portava il “lirico” nome di battaglia di “Bellini”. Non era una parmigiano, ma un parmense, perché nato nella campagna di San Michele Tiorre di Felino il 13 settembre 1908 dalla contadina Maria Guerra e dall’“illetterato” Romualdo Vignali che gli danno, come era consuetudine, un triplice nome: Giovanni Francesco Pietro. La permanenza nella culla della conserva di pomodoro e degli insaccati suini dura pochi anni, perché la famiglia scende a parma nel 1917 in cerca di miglior fortuna soprattutto per i cinque figli (cui se ne aggiungeranno altri tre). Giovanni quindi comincia il suo cammino formativo in città e precisamente a contatto con gli Stimmatini, operanti nell’Oltretorrente dal febbraio del 1876 con scuole gratuite per i fanciulli poveri del quartiere. Non si posseggono documenti sul curriculum scolastico di Giovanni, ma certo è che nella sua vita ha poi saputo dare agli altri, anche sul piano culturale, molto più di quanto gli era stato possibile ricevere. A 16 anni è tra gli scout del “riparto Parma I” intitolato al parmense card. Andrea Ferrari (Lalatta di Palanzano, 13 agosto 1850), arcivescovo di Milano, morto il 2 febbraio 1921 ed ora beato dal 10 maggio 1987. Nel 1926 diventa segretario di quel “riparto” e si impegna a farne nascere uno analogo presso la parrocchia della SS. Trinità, ma il progetto fallisce perché arriva la mannaia del fascismo che il 6 maggio 1928 impone lo scioglimento dell’A.S.C.I., l’Associazione Scout Cattolica Italiana. Presso gli Stimmatini può ancora proseguire il Circolo “Domenico Maria Villa” (dal nome del vescovo che aveva chiamato a Parma quei religiosi), Giovanni Vignali nel 1931 ne è presidente ed in questo ruolo ha il suo primo duro scontro con la dittatoriale brutalità del fascismo: il 1931 è infatti l’anno in cui anche a Parma si scatena la repressione fascista contro tutte le associazioni giovanili cattoliche ed un tentativo di aggressione fisica avviene il 9 maggio contro la sede del Circolo degli Stimmatini e di quello della parrocchia di Ognissanti, ma – scrive un cronista dell’epoca – “il minaccioso assembramento di soci e di popolani consigliò i giovani fascisti ad allontanarsi”, ma non si allontana il commissario di questura che chiama nel suo ufficio Vignali, nella veste di presidente del Circolo, mentre il segretario politico del fascio convoca “ad pedes” (cioè a rendere un omaggio di sottomissione) il padre Direttore, e per quale motivo? Perché aveva impedito che circolasse all’interno del Collegio da lui gestito, il periodico “Gioventù fascista”. Il successivo 30 giugno questore e carabinieri perquisiscono i locali del Circolo e mettono i sigilli alle porte. Un gesto di particolare… riguardo è riservato al presidente Giovanni Vignali: gli viene tolto il distintivo. Ed è senz’altro per una specie di intelligente ed ideale vendetta per questo sfregio all’identità della proprie convinzioni, che Vignali, entrato nella file della resistenza armata, porterà sempre sulla divisa da comandante partigiano il distintivo della Promessa Scout e la cintura dell’Esploratore cattolico, e ad un amico che, forse scherzosamente, gli chiedeva che cosa mai fossero quegli “aggeggi”, rispose: “Sono i segni di una lunga attesa. Noi combattiamo perché spunti il giorno in cui i nostri figli potranno avere la libertà di essere ciò che noi non siamo stati”. E proprio per accelerare la fine della “lunga attesa”, ha dato il suo contributo di pacata saggezza e di sagace capacità organizzativa perché venissero superate le ricorrenti frizioni che inevitabilmente erano create da divergenti ispirazioni ideologiche da cui erano animati anche carismatici esponenti del movimento resistenziale. Gli tocca assumere un ruolo di non secondaria importanza dopo che il 17 ottobre 1944 è stato annientato il Comando Unico a Bosco di Corniglio ed a lui viene conferito il ruolo di vicecomandante, insieme al comunista Amerigo Clocchiatti, del Comando regionale Nord Emilia, guidato dal generale Mario Roveda. E’ un ruolo di complicata responsabilità tanto da essere arrestato con l’accusa, immediatamente caduta, di girare con forti somme di denaro per reclutare partigiani sull’Appennino emiliano per le brigate democristiane. Una vicenda, tuttavia, che peserà per far cadere la sua candidatura a primo sindaco di Parma liberata (lo diventerà il suo amico Mario Bocchi). Svanita così la non ricercata opportunità di diventare primo cittadino, si dedica lo stesso alla vita politica divenendo Assessore ai Lavori pubblici e facendo parte della Commissione prefettizia per i reduci e i partigiani, però il campo in cui torna ad essere protagonista entusiasta è quello del movimento scoutistico, legandosi a quel trascinatore di giovani che era don Ennio Bonati: il 15 luglio 1945 insieme a lui ed a Rodolfo Vettori ricostituisce l’A.S.C.I., assumendo il “nome di caccia” o “totem” di “Lupo Vagabondo”. E, senza mai essere “lupo”, “vagabondo” lo diventerà davvero quando agli inizi del 1947 deciderà di trasferirsi in Venezuela come non pochi altri parmigiani di cui lui stesso celebrerà i meriti, ricordando che alcuni occupavano cattedre universitarie, altri conducevano trasmissioni radiofoniche di grande successo, e non mancavano musicisti, pittori, scultori di riconosciuto valore, ed artigiani di indiscussa genialità, oltre a costruttori di imponenti opere edili. E in Venezuela ritrova “il prete volante”, don Guido Anelli, di cui lui stesso scriverà: “continua a bruciare e come fiamma inestinguibile, accende attorno a sé, focolai di amore e di progresso per il popolo che lo ha accettato come un padre premuroso e buono”. A Caracas Vignali impianta un’impresa edile e si fa apprezzare dai concittadini là emigrati tanto che gli conferiscono il titolo, onorifico e un po’ scherzoso nello stesso tempo, di “Console del Ducato”: titolo che egli onorerà aiutando anche a proprie spese quanti erano in difficoltà economiche ed animando la comunità degli espatriati con la fresca inventiva del giovane che un tempo era stato a Parma elemento di forza della filodrammatica degli universitari cattolici (pur non essendo mai stato universitario), nella quale emergeva fra tutti “sia nell’impeto drammatico che nell’incisività comica”. Ritorna a Parma nel 1963 quando un morbo incurabile sta minando la sua salute e che lo porta alla morte il 28 novembre di quello stesso anno. Quindi la sua è la parabola di un uomo onesto e generoso che ha saputo compiere appieno il suo dovere dovunque la sorte o la Provvidenza (in cui lui credeva) lo ha portato a confrontarsi con i problemi grandi della storia in atto e con quelli piccoli della vita sempre ricca di imprevisti. Il 24 aprile 2021, quando è stata scoperta la targa dal parco a lui dedicato, i presenti hanno ricevuto un elegante opuscolo di 24 pagine (con prefazione di Eugenio Caggiati e nota conclusiva di Ubaldo Delsante) che racconta quanto è stato possibile ricostruire documentatamente della sua esistenza e che presenta rapide schede biobiliografiche di altri esponenti cattolici della Resistenza parmense: i sacerdoti Ennio Bonati, Guido Anelli, Nino Rolleri (piacentino, ma operante a contato con mons. Colli), Giuseppe Cavalli, Erminio Lambertini, Ferruccio Sartori, i fratelli benedettini Paolino e Tarcisio Beltrame Quattrocchi ed il laico Dionino Dalcielo.