Con un giorno di ritardo si è conclusa a Glasgow la conferenza delle parti della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici dell’ONU (UNFCCC), giunta alla sua ventiseiesima edizione – in altri termini, la COP-26. Trattasi di una edizione destinata a rimanere nella storia, almeno per le sue premesse: iniziata con un anno di ritardo a causa della pandemia da coronavirus; preceduta per la prima volta in assoluto dalla “Youth4Climate”, incontro preparatorio discusso da giovani di tutto il mondo; nata con l’ambizione di adottare un accordo capace di invertire la rotta del riscaldamento globale. L’Accordo di Parigi del 2015, firmato in occasione della COP-21, aveva sancito l’obbiettivo di mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia di 2° C rispetto ai livelli preindustriali, con l’impegno di raggiungere l’ideale 1,5° C. Viceversa, le stime mostrano che le attuali emissioni nell’atmosfera di gas serra – strettamente connesse all’innalzamento delle temperature – sono in continua crescita. Senza un cambiamento di paradigma radicale, che richiederebbe innanzitutto l’abbandono dei combustibili fossili in direzione di una progressiva transizione energetica, la terra è destinata a raggiungere livelli superiori a 2,5° C a fine secolo. Una temperatura così elevata provocherebbe danni irreversibili per il pianeta e per i suoi abitanti, portando il futuro in uno scenario costellato da eventi catastrofici, massicce migrazioni ambientali e conflitti. Le migliaia di attivisti e cittadini che hanno manifestato sulle strade di Glasgow durante lo svolgimento della Cop26 hanno domandato ai propri politici di pensare in grande, di concretizzare il “bla,bla,bla”: in altre parole, di rendere la conferenza n. 26 una reale occasione di cambiamento.

I negoziati della Cop26 si sono rivelati molto complessi. Appare evidente che trovare un accordo multilaterale diventa difficile quando gli Stati più piccoli e più poveri – quelli che subiscono maggiormente le conseguenze del cambiamento climatico, imputabile al numero di emissioni e di inquinamento prodotto dai paesi più ricchi – sono anche quelli ad avere meno peso nelle negoziazioni. “Non hanno imparato dalla pandemia che non ci può essere pace e prosperità se un terzo del mondo letteralmente prospera e gli altri due terzi vivono sotto assedio e affrontano minacce disastrose al benessere?” – così in un brillante discorso Mia Mottley, Prima Ministra delle Barbados, ha interpellato i presenti già dal primo giorno. L’accordo conclusivo, già rinominato da alcuni Glasgow Climate Pact, ha previsto alcune novità interessanti, anche se già giudicate insufficienti a contrastare la crisi climatica. Il documento ha una portata globale: è stato firmato da tutte le nazioni presenti, pari a 197 paesi del sistema ONU. Il patto sancisce l’obbiettivo di mantenere il termometro terrestre sotto l’1,5° C, con la fissazione, per la prima volta, di un target anche a medio termine: i firmatari si sono impegnati per il 2030 a ridurre del 45% le emissioni di anidride carbonica rispetto all’anno 2010. Una seconda novità consiste nel dovere di presentare ogni anno i c.d. contributi determinati a livello nazionale (NDC), ovvero i piani di riduzione delle emissioni che ogni paese deve presentare in previsione del raggiungimento degli obbiettivi fissati per il 2030. Positiva appare infine la chiusura di una parte dell’Accordo di Parigi (il c.d. rulebook), relativa al sistema di rendicontazione delle emissioni in modo univoco e trasparente nonché al mercato di scambio delle emissioni di CO2.

Un intenso dibattito ha poi accompagnato la scelta della terminologia. Se, da un lato, per la prima volta della storia delle COP compaiono in un documento ufficiale termini quali combustibili fossili, carbone e metano – dall’altro i riferimenti sono stati indeboliti a più riprese dall’intervento di alcuni paesi, tra cui l’India. Nell’accordo conclusivo si domanda ai firmatari di ridurre l’uso del carbone “unabated” – cioè non accompagnato da un sistema di riduzione delle emissioni – e di eliminare i sussidi ai combustibili fossili inefficienti. Non viene spiegato, tuttavia, il significato del termine “inefficienti”; fatto che getta un’ombra sul reale significato dell’accordo e apre le parti a plurime interpretazioni. Sono infine rimaste sospese alcune questioni significative, soprattutto dal punto di vista applicativo. La prima è relativa al contributo finanziario – pari a 100 miliardi di dollari da raggiungere entro il 2020 – che i paesi avanzati nel 2009 si erano impegnati a versare a favore dei paesi in via di sviluppo, per sostenerli nella transizione energetica. Il secondo nodo problematico concerne la creazione del fondo Loss and Damage, un meccanismo risarcitorio per i paesi più colpiti dagli eventi dannosi connessi alla crisi climatica, tuttora rimasto lettera morta. Nonostante le criticità dell’accordo conclusivo, i temi approfonditi nelle settimane di conferenza – tra cui la connessione tra diseguaglianza di genere e cambiamenti climatici, le innovazioni scientifiche, il ruolo degli enti locali e la sostenibilità dei trasporti – rivestono un’importanza centrale per il progresso dei prossimi anni. La COP-26, tra l’altro, è risultata essere la conferenza più seguita di sempre, con la registrazione di quasi 40mila persone, tra attori non statali, negoziatori, giornalisti nonché la partecipazione, per le strade di Glasgow, dei movimenti ambientalisti e dei cittadini. A latere del documento conclusivo, inoltre, sono stati raggiunti alcuni traguardi importanti, tra cui l’accordo sulla deforestazione. Firmato da oltre 100 paesi – ospitanti di circa l’85 % delle foreste mondiali – l’accordo sigla l’impegno a ridurre in modo consistente la deforestazione entro il 2030. Sancisce altresì l’impegno alla riforestazione, alla piantumazione di alberi – capaci di assorbire anidride carbonica– nonché allo sviluppo di agricolture sostenibili. Si tratta di un patto che, qualora mantenuto, potrà contribuire sensibilmente a quelle azioni che congiuntamente devono essere realizzate per mitigare il riscaldamento globale e sviluppare la resilienza degli ecosistemi.

Sebbene i passi in avanti, l’impegno globale verso un reale cambiamento appare ancora molto incerto. Si dovrà aspettare almeno un altro anno per valutare l’aggiornamento degli NDC dei paesi firmatari e l’effettivo impegno degli stessi per il prossimo decennio. Certo è che finché i paesi continueranno ad ignorare alcune questioni fondamentali –la responsabilità dei soggetti più inquinanti, il costo e le modalità della transizione energetica – sembra difficile instaurare il cammino verso un futuro che, oltre a custodire la terra, sia anche equo per tutti. Una sfida del genere sembra invece essere stata raccolta in modo radicale da una parte della società civile: come promesso da Greta Thunberg all’indomani dell’accordo “noi non ci fermeremo, mai”.