Partiamo dagli uomini perché, per capire le caratteristiche del rapporto tra donne e politica è necessario considerare il motivo per cui la politica è stata per secoli e secoli esclusivo appannaggio degli uomini, salvo eccezioni che confermano la regola. Gli uomini hanno spesso concepito la politica come un potere escludente in cui le parole d’ordine sono state dominio, separazione, violenza. Questo paradigma è stato applicato nei confronti delle donne come nei confronti delle minoranze o di coloro che erano percepiti come diversi… Come afferma Virginia Woolf in una delle sue opere più originali, Le tre ghinee, è la cultura patriarcale che ha generato i razzismi, le guerre e molti altri tipi di violenza. La rabbina Delphine Horvilleur afferma addirittura che anche “L’antisemitismo è un aspetto della guerra tra i sessi, l’uomo che sente minacciata la propria virilità dalla libertà femminile è lo stesso che la sente minacciata dagli ebrei che infatti vengono descritti come “femminei” quindi deboli, manipolatori, isterici e opportunisti”. (D. Horvilleur, Riflessioni sulla questione antisemita, Einaudi Torino 2020). Ne consegue che i primi a interrogarsi su sé stessi e sul proprio rapporto con la politica dovrebbero essere gli uomini. Molte tragedie dell’umanità, infatti, sono state proprio legate (e in parte lo sono ancora) al modo in cui gli uomini hanno concepito e vissuto la propria identità di genere come necessariamente correlata all’esclusione dell’”altra” e poi di tanti “altri”. Le cose hanno cominciato a cambiare quando le donne si sono organizzate nei movimenti femministi della seconda metà dell’Ottocento e piano piano, pur essendo ancora a lungo escluse dai luoghi delle scelte politiche, hanno contribuito in modo decisivo alla realizzazione di enormi cambiamenti a vantaggio della democrazia e del bene comune. E non solo perché c’è stato il movimento suffragista che ha ottenuto il diritto di voto anche per le donne, ma perché le donne hanno lottato per il diritto all’istruzione, per la dignità del lavoro, per un equo diritto di famiglia.. E, grande novità rispetto a simili battaglie maschili, non hanno lottato solo per loro stesse, ma per tutti! La loro lotta ha cambiato profondamente, in meglio, la cultura e la società, almeno nel mondo occidentale. Forse è un azzardo ma sostengo che quindi, da più di un secolo, il potere politico delle donne è stato, ed è, molto forte nonostante la loro assenza dagli organismi elettivi. I sistemi democratici di cui oggi godiamo (pur con la loro fragilità e i loro limiti) sono in buona parte frutto delle lotte femminili. Oggi ci si scandalizza – giustamente – per la sottorappresentazione delle donne negli organismi elettivi. È ovviamente irragionevole che un Parlamento eletto da un popolo in cui gli uomini sono poco meno del 50% sia formato da una stragrande maggioranza di uomini. E ragionevoli sono tutte le leggi che impediscono una sovra-rappresentazione di un genere. Ma il tema è molto più vasto perché il potere politico si gioca su molti piani. Pensiamo solo all’ambito dell’educazione: famiglia, servizi educativi, sistema scolastico. Qui la presenza femminile predomina e le donne hanno progettato e prodotto enormi cambiamenti.  Analogo discorso si potrebbe ormai fare oggi in ambito giudiziario, sanitario, sociale…Basterebbe sfruttare appieno questo potere, in fedeltà alla migliore tradizione della politica delle donne: la politica del “noi”, della libertà, dei diritti e dei doveri reciproci. In alternativa alla politica dell’”ipertrofia dell’io (maschile)” che diventa ipertrofia della nazione, del partito, della razza.

Anche se potrebbe sembrare il contrario, io non penso che le donne siano migliori degli uomini, magari fosse così semplice! Ma mi pare evidente che c’è una storia di potere escludente che gli uomini portano sulle spalle e che dovrebbe generare in loro una riflessione critica collettiva i cui segnali sono promettenti ma ancora timidi (cfr. Stefano Ciccone, Essere maschi tra potere e libertà, Rosemberg e Sellier, Torino 2009).

Certo, la cultura patriarcale è stata tramandata anche da moltissime donne e questo fa capire come il conflitto vero non sia tra donne e uomini ma tra cultura e politica dell’inclusione da un lato e cultura e politica dell’esclusione dall’altro.

Può darsi che le donne abbiano qualcosa da insegnare agli uomini in questo campo. E potrebbe dimostrarlo un dato molto attuale: sembra che i Paesi che hanno gestito meglio la crisi pandemica siano Nuova Zelanda, Islanda, Danimarca, Svezia, Norvegia e, almeno nella prima fase, Germania. Tutti Paesi guidati da donne (L.Ricolfi, La notte delle ninfee, La nave di Teseo, Milano 2021).    Ma ciò che davvero conta è camminare nella stessa direzione superando insieme vecchi e fallimentari modelli per

rendere sempre più rappresentative (per genere, ma non solo) le nostre assemblee elettive;

vivere l’impegno professionale valorizzandone il potenziale “politico”: nella scuola educare alla cittadinanza attiva; nelle aule di giustizia aumentare l’efficienza, nelle banche migliorare la trasparenza, nella ricerca scientifica concentrarsi sui farmaci e non sulle armi, nelle imprese preoccuparsi dell’ambiente…;

  • imparare il potentissimo “voto con il portafoglio” (L.Becchetti, Il voto con il portafoglio, Il Margine, Trento 2008) che esercitiamo acquistando certi prodotti e non altri, indirizzando noi il mercato invece che esserne succubi.

La realizzazione del bene comune richiede alleanze: tra donne, tra uomini, tra donne e uomini, tra generazioni, tra culture e religioni. Mi auguro che noi donne siamo capaci di lavorare sempre in questo senso come ci hanno insegnato le nostre sorelle e madri del passato.