In questi mesi di pandemia sono risuonate parole che non si erano ancora sentite nella nostra storia recente: la “guerra” (al virus), il coprifuoco, i DPCM di emergenza. Per pochi – gli anziani nati negli anni’20 e ’30, che hanno vissuto il secondo conflitto mondiale –   – è stato come ripiombare negli anni dell’infanzia o della giovinezza; per tutti gli altri, la grande maggioranza, ha significato invece confrontarsi con una realtà del tutto inedita e imprevedibile e sperimentare sulla propria pelle cosa significa dover restare chiusi in casa, rinunciare a tutte le occasioni di socialità, fare a meno di servizi abituali come la colazione al bar o il parrucchiere…Non c’è quindi da stupirsi se la pandemia, oltre ai terribili danni “diretti” in termini di morti e di malati, sta provocando conseguenze devastanti “indirette” anche sulla psiche e sulla mente di tante persone, soprattutto adolescenti e giovani. Ma, con l’approssimarsi della Festa della Liberazione, in calendario tra poche ore, la situazione che stiamo vivendo ormai da più di un anno può aiutare a capire meglio il valore e il significato di quello che i nostri nonni e le nostre nonne, con la loro  lotta nella Resistenza, ci hanno consegnato: appunto la libertà di muoversi e di riunirsi liberamente senza preoccuparci di come vestiamo, di che idee abbiamo, di quali libri o giornali compriamo,  e anche di manifestare contro i provvedimenti del governo, come è successo in questi ultimi giorni. Da questo punto di vista, anche l’impossibilità di celebrare in modo partecipato il XXV aprile – e quindi le piazze vuote, il silenzio, l’assenza di festa e di musica –  è, in negativo, un segno forte e ricco di significato,  per chi lo vuole cogliere,  di quello che avremmo potuto perdere se nel 1945 la democrazia e la libertà fossero state sconfitte. E d’altronde basta dare un’occhiata veloce ai tanti, troppi Paesi – dalla Turchia alla Birmania, dalla Russia al Ciad – in cui i diritti civili e politici sono soffocati e banditi, per capire quanto è fondamentale difenderli e promuoverli ogni giorno e in tutte le occasioni possibili. Proprio in questi giorni il nostro Circolo ha inaugurato la seconda sessione del “Festival della democrazia”,  intitolato “Le metamorfosi della democrazia”. Un anno e mezzo fa, quando fu scelto questo titolo, nessuno poteva neanche lontanamente immaginare quello che sarebbe successo di lì a poco; eppure, col senno do poi, quel titolo era stato (involontariamente) profetico: davvero la democrazia si trasforma, e deve farlo, se vuole essere all’altezza delle sfide, vecchie e nuove, che i cambiamenti culturali, sociali e politici richiedono. Non sempre per fortuna, è necessario fuggire sulle montagne e imbracciare il fucile; ma essere sempre vigilanti e pronti ad affrontare il “nemico” –anche quando è “solo” un virus invisibile  – è un dovere a cui nessuno che ha a cuore la democrazia può sottrarsi.