Nonostante non sia mai stata una capitale o una metropoli, a partire dal ‘700 – grazie anche alla sua particolare collocazione geopolitica – Trieste ha avuto spesso un ruolo di primo piano nelle vicende storiche e culturali, italiane non solo: dopo essere stata il porto dell’Impero austriaco e la culla di una delle più antiche e prestigiose compagnie assicurative, è soprattutto nel ‘900 che la città giuliana è assurta alla ribalta della storia per tante e diverse ragioni. In ordine di tempo, o anche simultaneamente, Trieste è stata crocevia di scrittori e letterati, simbolo e approdo finale, assieme a Trento, dell’irredentismo italiano, poi (purtroppo) sede dell’unico campo di sterminio nazista in Italia e subito dopo oggetto della drammatica contesa territoriale tra Italia e Jugoslavia nel secondo dopoguerra; e ancora, negli anni ’70, “capitale” (assieme a Parma) della riforma psichiatrica…Sono insomma tante le circostanze per le quali il nome di Trieste ha varcato i confini della Venezia Giulia attraversando le Alpi e l’Adriatico. Oggi però Trieste non è più associata a grandi eventi o a personaggi illustri ma, assai meno nobilmente, al fatto di essere considerata la “capitale” italiana dei no-vax, o almeno (anche se la distinzione non è facile) dei no green pass. Conseguenza sgradita, ma inevitabile, di questa “eccellenza” è il suo primato italiano in fatto di malati di Covid, , che la città detiene assieme all’intero Friuli-Venezia Giulia, la Regione più indiziata a tornare presto in “zona gialla” a causa di tassi di positività analoghi a quello dei suoi vicini sloveni. Proprio l’affinità, in termini di contagio, con le confinanti zone d’oltrefrontiera può suscitare facili ironie, visto che non pochi triestini ci tengono a sottolineare la propria “diversità” (in meglio, naturalmente) rispetto ai vicini slavi; ma se si guarda alla curva dei contagi non vi è dubbio che dal punto di vista epidemiologico, Trieste sia oggi territorio sloveno piuttosto che italiano…E anche l’insofferenza alle regole anticontagio, in nome di una malintesa libertà, avvicina e unisce la città giuliana a quelle dell’Istria e dell’entroterra sloveno

C’è da chiedersi quindi dove nasca questa insofferenza alla vaccinazione da parte di tanti abitanti di una città istruita e culturalmente ricca, cosmopolita e aperta, quindi apparentemente “vaccinata” rispetto alle fake-news e alle deliranti teoria complottiste che ispirano i no-vax . La domanda andrebbe naturalmente rivolta a chi Trieste e i triestini li conosce bene, ma si può forse ipotizzare che (riprendendo quanto dichiarato appunto da alcuni “esperti” locali) una delle possibili ragioni sia appunto la tradizione indipendentista della città, la sua storia di libertà, di autonomia e di “diversità”(anche per il fatto di essere stata sempre geograficamente molto lontana dal centro del potere, Vienna o Roma che fosse), che però in questo caso rischia di trasformarsi in un boomerang per la salute dei cittadini, oltre che per la vivibilità e lo stesso sviluppo economico della città. Fare il “bastian contrario” anche contro la logica e la ragionevolezza non è insomma una buona operazione, anche perché, nel caso di Trieste, rischia di provocare un “effetto collaterale” assolutamente indesiderato: ovvero, che, per combattere la crescita dei contagi, venga adottato il cosiddetto il “modello austriaco”. Per i triestini, eredi di una fiera e irriducibile opposizione al dominio asburgico, sarebbe davvero la peggiore delle beffe.