Quest’anno la legge 381 del 1991 compie trent’anni. Non sono al corrente di ricorrenze che vogliano ricordare l’importanza che questa legge, che promuove l’inserimento sociale e lavorativo l’integrazione delle persone svantaggiate, ha avuto è ha nell’ambito penitenziario.Proprio questa legge permise, dopo 15 anni dalla riforma del sistema penitenziario del 1975, di avvicinare il sistema della città e il sistema penitenziario. Al solo fine di dare uno scossa alla memoria molti ricorderanno le iniziative di Mario Tommasini e delle cooperative sociali che realizzarono progetti, in larga parte rimasti unici, e che videro uscire dal carcere interi gruppi di detenuti per ripulire il greto della Parma, il verde nella Cittadella, recitare in teatro. Da li presero vita o si consolidarono progetto sociali importanti come quello delle cooperative Sirio e Cabiria per citarne solo due. Ma oggi, anno di ricorrenza, esiste ancora quello spirito della città verso il carcere o meglio verso il desiderio di dare un contributo alla integrazione e al cosiddetto recupero di chi ha commesso reati? Lo scenario di quanto avviene in carcere sembra portare ad una risposta negativa. Le ragioni sono diverse. Vediamo quelle principali.

Il carcere di Parma ha assunto nel corso degli anni una valore nazionale e non più locale. Questo per la tipologia dei detenuti che ospita. Dagli anni ’90 con detenuti divisi tra coloro che avevano commesso reati comuni ed altri, della reclusione, con condanne definitive per reati più gravi siamo passati alla presenza di un 40% di detenuti con reati legati alla mafia o allo stampo mafioso e alcuna speranza di godere di benefici e quindi di diventare parte di progetti di reinserimento nel corso della pena. Nel settore dei reati comuni è invece maggioritaria la presenza di detenuti stranieri, spesso recidivi e senza documenti di soggiorno regolari. Si aggiunge poi una sempre più importante componente sanitaria dei detenuti: 200 persone assegnate a Parma per motivi di salute, presenza di persone non autosufficienti e disabili rendono più complessi i percorsi di reiserimento e di costruzione di progetti di recupero.Le politiche penitenziare sono spesso un antidoto alla assenza di politica sociale. Il ricorso alla carcerazione come soluzione alle problematiche sociali (disoccupazione, integrazione sociale, dipendenza da sostanze, etc.) che portano alla commissione di reati sembra essere una arma del consenso utilizzata da un ampio spettro delle appartenenze di partito e politiche. La promozione di politiche di prevenzione e l’incancrenirsi di nodi temi sociali mai risolti (si veda ad esempio la penalizzazione legata al consumo di stupefacenti) hanno lasciato il passo ad una inerzia politica che fa fatica a parlare di carcere e della sua riforma in una chiave che possa dare più spazio alle soluzioni che possono venire da politiche sociali più coraggiose e rafforzative di progetti come quelli provenienti dalla cooperazione sociale. Il risultato è che il carcere si trova a dover gestire fenomeni che poco conosce e per i quali ha mezzi antichi di intervento. Mi riferisco alla detenzione di neo maggiorenni (37 quelli presenti a Parma), dei senza fissa dimora, poveri cronici, casi psichiatrici ormai in costante crescita.  La società è mutata e si è persa la voglia di intervenire. Più volte, durante il mio incarico, sono avvenuti fatti per i quali si sarebbe atteso un intervento della cosiddetta società civile. L’aumento dei casi di suicidio (3 in meno di un anno), i decessi di detenuti anziani e malati, la strutturale mancanza di opportunità occupazionali intramurarie, gli appelli dei detenuti per un miglioramento delle loro condizioni di vita, il numero sostenuto di eventi critici che vedono quali responsabili i reclusi non hanno in alcun modo mutato la percezione di una attenzione della città verso il carcere di via Burla. La misura dei volontari presenti e che prestano servizio con costanza in carcere è rimasto costante nel corso degli anni e si misura, purtroppo, nell’ordine di poche unità. Le visite di amministratori e politici si sono rarefatte. L’innovazione dell’impianto del cosiddetto Progetto di Istituto, una sorta di Carta dei servizi del carcere, praticamente assente. Il numero di detenuti che accedono alle misure esterne (lavoro all’esterno e semilibertà) e il numero degli accessi ai permessi premio che si riduce.

Lo scenario è decisamente disarmante. Cosa fare? Il primo passo è fare restituire al carcere l’importanza di tornare ad essere un “tema” sul quale la società, la città, si confronti perché il carcere, nonostante questi 30 anni è rimasto un contesto in cui si concentrano i tanti fallimenti delle “politiche”.  Ripartire dallo spirito che aveva dettato l’approvazione della legge 381 potrebbe essere un ottimo punto di inizio.