Si è svolta da domenica 25 aprile a sabato 2 maggio, la XVII Assemblea nazionale di Azione Cattolica,  chiamata ad eleggere il Consiglio nazionale dell’Associazione per il prossimo triennio. Al consesso, che a causa dell’emergenza pandemica avviene in modalità telematica e con un anno di ritardo rispetto alla scadenza naturale del mandato, prendono parte oltre ottocento delegati regionali e diocesani, in rappresentanza dei «270.000 soci di AC di tutte le età, presenti in 5400 parrocchie e in tutte le diocesi d’Italia. – spiega un comunicato – Tra questi, circa 53.000 educatori ed animatori. Oltre 7000 i sacerdoti assistenti. Nella relazione di apertura , densa e appassionata, sul tema “Ho un popolo numeroso in questa città” il presidente uscente Matteo Truffelli ha delineato la sfide che attendono l’Associazione e che possono riassumersi in alcune parole-chiave di prioritaria importanza. La prima è  fiducia.«Questo è tempo di speranza, di sguardo rivolto al futuro. Per progettare un cammino diverso da quello che avevamo in mente fino a un anno fa, provando a scorgere i sentieri che si aprono davanti a noi con la certezza che la nostra associazione avrà la passione, la creatività e la generosità che occorrono per poterli percorrere. È tempo di gratitudine, in cui riconoscere il bene che il Signore semina sempre, in ogni frammento di vita e in ogni stagione della storia. Gioiamo insieme per il dono dell’Azione Cattolica, aiutiamoci ad essere più consapevoli di cosa essa rappresenta per centinaia di migliaia di persone, cosa può e deve rappresentare per la realtà in cui siamo radicati. La prima chiave su cui fondare il nostro discernimento è perciò la fiducia. La fiducia dei discepoli che dopo un notte di pesca infruttuosa gettarono le reti solo «sulla sua parola».  Poi la profezia. «Anche all’Azione Cattolica è chiesto di essere profetica. È importante domandarci cosa questo può significare.  Profeta è colui che concorre con «umiltà e mitezza», come ci ha detto ieri il Papa, a far maturare le condizioni perché la storia si trasformi, colui che sa vedere di cosa davvero il suo tempo ha sete. Saremo un’AC profetica se sapremo leggere la realtà andando in profondità, e mostrare dentro di essa il bene che è all’opera. Se sapremo custodire i germogli di questo bene e favorirne la crescita con «la pazienza del contadino», e con «la perseveranza della sentinella», che anche dentro la notte sa dare testimonianza dell’alba che sopraggiunge. La profezia di cui sembra avere più bisogno il nostro tempo, la cultura in cui siamo immersi e la politica che ne è espressione, perfino la Chiesa in cui camminiamo, è la profezia della mitezza. Che è forza tenace e coraggiosa di cambiamento, non arrendevolezza, non assuefazione allo “spirito del tempo” e del politicamente corretto. Mitezza come rifiuto di ogni forma di arroganza, di prevaricazione, di enfatizzazione delle divisioni. Come unico modo adeguato di vivere la fraternità. Come rigore e chiarezza di linguaggio, non come rinuncia a parlare. «Il nostro impegno.si radica qui nella città. Le forme e gli strumenti che una realtà come l’AC può utilizzare per adempiere a questa sua precisa responsabilità non possono però essere quelli del potere: politico, economico o mediatico che sia ma quello di di guardare sempre alla realtà dal punto di vista di chi ha meno possibilità di far valere i propri diritti, la propria voce, i propri bisogni. E ponendo molta attenzione a far sì che lo stile, i toni, il linguaggio utilizzati per offrire spunti di riflessione potessero essere percepiti come un reale tentativo di aprire il confronto, non di chiudere il discorso.. È l’Italia che ha bisogno che qualcuno mostri che è possibile svelenire il dibattito, argomentare invece che urlare, vedere le sfumature invece che semplificare

Nella Chiesa con Papa Francesco

«Anche la Chiesa, del resto, come la società italiana, è attraversata da tensioni e contrapposizioni. Francesco la scuote ogni giorno per farle ritrovare slancio missionario, ma il coraggio e l’energia del Papa non bastano, in una Chiesa che fa molta fatica a ripensarsi. La sua spinta suscita grande speranza in tantissimi, attrae e interpella il cuore di molti non credenti, ma deve misurarsi anche con i timori e le incomprensioni di una parte della comunità ecclesiale, spesso polemica e rancorosa. Gli attacchi continuano senza pudore, senza senso della misura e della responsabilità. In questi anni lo abbiamo detto tante volte, e lo ripetiamo oggi: l’Azione Cattolica sta con Papa Francesco. Preghiamo per lui, facciamo nostre le sue indicazioni, gli diciamo grazie per il vigore e la serenità con cui porta avanti il suo ministero. Oggi c’è chiesto di  continuare, come ci siamo detti tante volte, a lavorare con passione, gratuità e gratitudine per fare della nostra associazione uno strumento di attuazione del «sogno» di Chiesa disegnato dal Papa e di vivere noi per primi un’autentica «conversione missionaria», per aiutare tutta la Chiesa a divenire più missionaria. Missione è pensare «alle tante questioni poste dalla vita delle città, soprattutto se di grandi dimensioni. In termini di ripensamento della pastorale, ma anche di vicinanza a chi vive nella solitudine dell’isolamento urbano, o chi sperimenta lo sradicamento tipico di una vita da fuori sede e da pendolare, studente o lavoratore che sia. Pensiamo ai tanti Sud del nostro Paese, e all’incertezza che comporta crescere nei piccoli centri della dorsale appenninica. Alle trasformazioni e alle difficoltà che avvolgono il mondo del lavoro. E pensiamo ai passaggi delicati che segnano la vita ecclesiale: le difficoltà incontrate dai percorsi di ristrutturazione delle parrocchie in unità più grandi, l’età media e la scarsità numerica dei presbiteri, le spinte sempre più forti verso una sorta di “clericalizzazione del clero” (se si può dir così), ma anche di molti laici e di tante comunità. tempo e senza avviare, di conseguenza, un reale e profondo ripensamento della catechesi e delle forme di annuncio.

Altre parole chiave riguardano la corresponsabilità, la sinodalità, i movimenti.

«Per ora possiamo dire che per l’AC il cammino sinodale è un percorso in cui stare con entusiasmo, mettendoci a disposizione con umiltà e responsabilità, non per occupare spazi ma per portare, con semplicità, il contributo di una lunga e feconda storia di corresponsabilità laicale. È questa la profezia più autentica dell’AC. È in questo che si condensano le scelte fondamentali dello Statuto, si riassume la nostra identità e si chiarisce la nostra missione: nel nostro essere «un’associazione di laici che si impegnano liberamente, in forma comunitaria e organica e in diretta collaborazione con la gerarchia, per la realizzazione del fine generale apostolico della Chiesa», come recita l’articolo 1 del nostro Statuto. Allora dobbiamo continuare a scommettere sul nostro essere associazione. Investire  sulle relazioni, sulla corresponsabilità, sulle persone. E ancora: investire sui movimenti, risorsa missionaria per tutta l’associazione condividendo con   le peculiarità e le ricchezze che li contraddistinguono, impegnati a promuovere  una cultura delle alleanze. In conclusione per rispondere alla domanda “Per cosa siamo qui oggi?” Matteo Truffelli ha ricordato  cosa disse Vittorio Bachelet il giorno della sua nomina a Presidente generale, la ragione per cui esiste l’Azione Cattolica è, molto semplicemente, quella di «aiutare gli italiani ad amare Dio e ad amare gli uomini». È su questo che dobbiamo lavorare». I 26 interventi del dibattito seguiti alla relazione del Presidente nazionale sono caratterizzati da pacatezza e dallo stile della mitezza. Mitezza, sopra tutti, poi missionarietà, sinodalità, alleanze, generatività, profezia, pandemia, formazione, ma ancora promozione, informazione, povertà, linguaggio senza dimenticare, naturalmente, Chiesa e comunità.

Papa Francesco all’udienza al Consiglio Direttivo ha prima di tutto ricordato che l’Azione cattolica potrà «aiutare la comunità ecclesiale ad essere fermento di dialogo nella società, nello stile che ho indicato al Convegno di Firenze». E questo in un momento in cui la Chiesa italiana «riprenderà» nella prossima «Assemblea di maggio» l’incontro celebrato nel capoluogo toscano nel 2015 «per toglierlo dalla tentazione di archiviarlo». Una ripresa alla luce «del cammino sinodale» che incomincerà nella Penisola «da ogni comunità cristiana, dal basso, dal basso, dal basso fino all’alto». Con «la luce, dall’alto al basso», che «sarà il Convegno di Firenze». Per il Pontefice «una Chiesa del dialogo è una Chiesa sinodale, che si pone insieme in ascolto dello Spirito e di quella voce di Dio che ci raggiunge attraverso il grido dei poveri e della terra». E «in effetti, quello sinodale non è tanto un piano da programmare e da realizzare, ma anzitutto uno stile da incarnare». In questo senso, ha sottolineato il Pontefice, l’Azione cattolica, «costituisce una “palestra” di sinodalità», e tale «attitudine è stata e potrà continuare ad essere un’importante risorsa per la Chiesa italiana, che si sta interrogando su come maturare questo stile in tutti i suoi livelli». All’insegna di «dialogo, discussione, ricerche, ma con lo Spirito Santo». «Il vostro contributo più prezioso  potrà giungere, ancora una volta, dalla vostra laicità, che è un antidoto all’autoreferenzialità». Infatti, ha rimarcato il vescovo di Roma, «quando non si vive la laicità vera nella Chiesa, si cade nell’autoreferenzialità». E «fare sinodo non è guardarsi allo specchio, neppure guardare la diocesi o la Conferenza episcopale, no, non è questo». Fare sinodo è invece «camminare insieme dietro al Signore e verso la gente, sotto la guida dello Spirito Santo». Inoltre «laicità è anche un antidoto all’astrattezza», perché «un percorso sinodale deve condurre a fare delle scelte». Infatti «queste scelte, per essere praticabili, devono partire dalla realtà, non dalle tre o quattro idee che sono alla moda o che sono uscite nella discussione». E «non per lasciarla così com’è, la realtà, no, evidentemente, ma per provare a incidere in essa, per farla crescere nella linea dello Spirito Santo, per trasformarla secondo il progetto del Regno di Dio». Quella sul Convegno di Firenze e sul «cammino sinodale» è stata, con ampie aggiunte a braccio, la terza parte del discorso di Francesco al Consiglio direttivo dell’Ac, articolato sulle tre parole “azione”, “cattolica” e “italiana”. Innanzitutto l’”azione”, che deve avere come prima caratteristica «la gratuità». Perché «la spinta missionaria non si colloca nella logica della conquista ma in quella del dono». E «la gratuità, frutto maturo del dono di sé», chiede di dedicarsi alle «comunità locali, assumendo la responsabilità dell’annuncio», e domanda di ascoltare i territori, «sentendone i bisogni, intrecciando relazioni fraterne». In questa chiave quella dell’Ac, «fatta di tanti “santi della porta accanto”», è una storia «che deve continuare», perché «la santità è eredità da custodire e vocazione da accogliere».Una seconda caratteristica dell’azione è poi «quella dell’umiltà, della mitezza». E tutta la Chiesa, ha rimarcato il Papa, è «grata» all’Ac, perché la sua «presenza spesso non fa rumore, ma è una presenza fedele, generosa, responsabile». Infatti «umiltà e mitezza sono le chiavi per vivere il servizio, non per occupare spazi ma per avviare processi». «Sono contento – ha aggiunto Francesco – perché in questi anni avete preso sul serio la strada indicata da Evangelii gaudium. Continuate lungo questa strada: c’è ancora tanto cammino da fare!». Per Papa Francesco la parola “cattolica” si può «tradurre con l’espressione “farsi prossimo”». E l’Ac può «fare molto in questo campo», proprio perché è un’associazione di laici. Infatti «è ancora diffusa la tentazione di pensare che la promozione del laicato – davanti a tante necessità ecclesiali – passi per un maggiore coinvolgimento dei laici nelle “cose dei preti”». Con «il rischio che si finisca per clericalizzare i laici». «Ma voi, – ha spiegato – per essere valorizzati, non avete bisogno di diventare qualcosa di diverso da quello che siete per il Battesimo. La vostra laicità è ricchezza per la cattolicità della Chiesa, che vuole essere lievito, “sale della terra e luce del mondo”». In particolare i laici di Azione Cattolica potranno «aiutare la Chiesa tutta e la società a ripensare insieme quale tipo di umanità vogliamo essere, quale terra vogliamo abitare, quale mondo vogliamo costruire». Portando anche «un contributo originale alla realizzazione di una nuova “ecologia integrale”». E poi la parola “italiana“: “La vostra associazione – ha sottolineato il pontefice – è sempre stata inserita nella storia italiana e aiuta la Chiesa in Italia ad essere generatrice di speranza per tutto il vostro Paese”.