Nella recentissima serie TV dedicata a Luciano Ligabue il cantautore di Correggio, nel raccontare la genesi di uno dei suoi primi successi (“Non è tempo per noi“), fa riferimento alla sensazione da lui vissuta – e condivisa peraltro da molti studiosi “accademici” – di una netta cesura a livello culturale e sociale tra gli anni 60 e 70 e i successivi anni 80: i primi, caratterizzati (anche) da grandi utopie collettive, da straordinarie speranze di cambiamento e di miglioramento della società e della politica – finite, purtroppo, nella violenza e nel sangue; i secondi, gli anni ’80, certo più tranquilli, ma nei quali la parole d’ordine era farsi gli “affari” propri (ma l’espressione di Ligabue è più colorita). Ed effettivamente quel cambiamento d’epoca di 40 anni fa ha attraversato come un’onda impetuosa i decenni successivi, fino a toccare le stesse “filosofie” politiche dei nostri giorni, caratterizzate, come noto, da tendenze populiste e sovraniste, che altro non sono se non la riproposizione a livello statale di quell”individualismo affermatosi nella società occidentali alcuni decenni orsono. Fino a causare – è storia di questi giorni – le incertezze e i “distinguo”, originati appunto da visioni miopi e particolaristiche di problemi ormai risolvibili solo su scala planetaria, che stanno caratterizzando il vertice mondiale di Glasgow sul cambiamento climatico. Non è quindi un caso se, 30 anni dopo, i giovani che in questi giorni manifestano rumorosamente il loro forte dissenso nei confronti del Cop26 potrebbero benissimo ripetere quella canzone di Ligabue modificandone solo leggermente il titolo: “non c’è più tempo per noi“, visto che, come ha ricordato Boris Johnson con una efficace metafora cinematografica, davvero l’ora della catastrofe ambientale a livello globale sembra ormai imminente. Eppure qualcosa sta cambiando: non abbastanza, forse, ma colpisce il fatto che, ad esempio, proprio il premier britannico, che in questi anni ha cavalcato, traendone consenso e successo, le suggestioni isolazioniste e nazionaliste, a partire dalla Brexit, abbia usato termini così forti sul pericolo che incombe sull’intero pianeta (“isole comprese”, come direbbe una vecchia pubblicità) se non ci sarà un immediato e incisivo cambio di rotta nella lotta al cambiamento climatico. Mentre, per una di quelle non rare “ironie” della storia, ad opporre resistenza ad un accordo globale sul clima è soprattutto la Cina comunista, ovvero il Paese che 50 anni fa, ai tempi di Mao e del “libretto rosso”, era evocato nei cortei e negli slogan studenteschi e operai come l’alternativa utopica all’egoismo borghese e allo sfruttamento capitalista. Naturalmente il discorso è molto complesso e non è neppure giusto ridurre la discussione e il dibattito che stanno caratterizzando il Cop26 di Glasgow al solito “bla bla bla” reso famoso da Greta Thumberg;. ma è altrettanto vero che, come ha giustamente ricordato Mario Draghi, nessuno può più illudersi di salvarsi da solo di fronte alle emergenze planetarie e che quindi è necessario lasciarsi alle spalle da subito protezionismi, unilateralismi e nazionalismi. Proprio il nostro Presidente del Consiglio, nel corso del recente vertice romano del G 20, è apparso uno dei leaders più lucidi e determinati nel fronteggiare le sfide proposte dal mondo globalizzato di oggi, tanto che si potrebbe quasi auspicare che l’appuntamento di Roma venga replicato nel prossimo futuro, magari con modalità più informali e proprio per questo più efficaci: una sorta di “passaparola” tra i grandi della Terra, del tipo (sempre citando Ligabue) “ci vediamo da Mario (Draghi) prima o poi”…Meglio “prima”, comunque, perché “poi” potrebbe essere troppo tardi.