Un altro 25 aprile, 76 anni dopo.Un 25 aprile nuovo, che si misura con le sfide del presente: i conflitti, le guerre e il bisogno di pace; il potere dei pochi sui molti e la domanda universale di democrazia, di libertà, di uguaglianza. Come allora. Da allora la Resistenza è l’azione delle persone che vogliono costruire un mondo migliore. Per questo danno il meglio di sé, e sono disposte a dare la vita.
Il sogno dei giovani di 76 anni fa è lo stesso dei giovani di oggi, sotto tutti i cieli, su tutte le piazze. Non rubateci il futuro, dicono, non vogliamo vivere da oppressi.
La loro coscienza, la nostra coscienza, è la nostra forza. Come allora.
La Liberazione del 1945 non è una delle svolte della storia. È la condizione di ogni progresso della storia umana, lo sbarramento contro ogni regressione. Sempre possibile.
76 anni sono la vita di una persona. La mia vita. Nata sotto le bombe di Pippo, cresciuta nella Costituzione, colma di opportunità grazie alla democrazia. Che della mia vita ha determinato dignità, valore, possibilità: l’istruzione, la salute, il lavoro, il pensiero critico, la cultura, la rimozione degli ostacoli, l’esercizio della sovranità, la solidarietà con il resto del mondo, il rispetto di ogni identità e cultura.
La Liberazione dentro la vita di ciascuno, la Liberazione di un popolo intero. Non più regimi, non più restrizioni, propaganda, violenza. Non più l’orrore dell’Olocausto, la tragedia della guerra.
La Resistenza ha aperto la strada a un’altra storia. La storia della democrazia, dei cittadini sovrani e protagonisti, della non violenza, del diritto come la via maestra nella convivenza civile, dei diritti umani come bene comune universale.
L’umanità dopo la disumanità. 76 anni sono pochi per alimentare, sostenere, condividere i valori umani. Di cui abbiamo visto lo scempio, inimmaginabile.
Il compito è oggi.
Un compito globale, come allora.
Il grande confronto tra umanità e disumanità, nella prima metà del secolo scorso, fu un confronto globale di cui il conflitto mondiale fu espressione: da Pearl Harbor alle coste della Normandia, da Stalingrado alle Midway nel Pacifico, dalla Linea Gotica ai fronti di ogni Paese europeo, dell’Ovest e dell’Est che attraversavano città e villaggi, pianure e montagne. Ovunque si alzò la coscienza dei resistenti, combatté e vinse. Allora si chiamavano partigiani. Neppure tre anni dopo, ovunque in Europa erano nate le Costituzioni democratiche, le Repubbliche, governi di unità nazionale e poi frutto della dialettica politica. La ricostruzione materiale e morale fu la spina dorsale della nuova epoca. Uno spirito nuovo attraversava tutte le società. Uno spirito di fiducia in se stessi e nel futuro.
Oggi, quello stesso mondo è davanti a noi. Ancor più globale, per la connessione economica e finanziaria, per la connessione tecnologica, per l’ambiente climatico che tutti ci unisce.
Nuove sfide ci interpellano, come allora: migrazioni, l’uscita dalla povertà di popoli e continenti, la salute pubblica come bene globale di fronte alle pandemie, il vaccino per tutti come diritto universale. Il rapporto tra le generazioni, tra donne e uomini, tra le diversità, cambiando culture radicate, egoismi, chiusure.
Anche oggi lo spirito della Liberazione attraversa le coscienze e le incalza di fronte alle scelte che la storia di oggi ci chiede: scelte che riguardano il noi, la convivenza, quella fratellanza universale di cui è oggi testimone Papa Francesco.
Sfide enormi, che riguardano non soltanto una nuova economia ma l’universale convergere dell’umanità intera verso orizzonti di giustizia e di pace, di unità. Con le religioni non più strumento di conflitto ma di dialogo, di riconciliazione e di pace.
In questi giorni vi è un popolo, fino a ieri ai margini della vita del mondo, che di fronte all’umanità sta vivendo su di sé la sfida della democrazia di fronte alla violenza di un golpe militare: il popolo del Myanmar. Oggi etnie diverse, fino a ieri distinte, distanti o in conflitto, sono unite contro il golpe del Tatmadaw compiuto fuori da ogni diritto, fuori da ogni umanità. Un popolo intero si è alzato, a mani nude e non violente, resistendo al golpe, lo stesso giorno, il primo febbraio. La repressione è stata ed è violentissima. Con metodi da nazi-fascisti, i militari passano casa per casa, uccidono i civili, donne e bambini. La Resistenza là si chiama oggi CDM (Civil Disobedience Movement), movimento di disobbedienza civile, e non si ferma. I giovani sono in prima linea, come sempre in Birmania contro i colonizzatori inglesi, contro il regime militare.
Il mondo osserva, commenta, condanna. Non interviene ancora, non sa o non ha gli strumenti adeguati.
Solo la politica potrebbe mettere in moto processi di transizione pacifica e di ritorno alla democrazia. Liberando tutti gli arrestati, compresa Aung San Suu Kyi e il Presidente della Repubblica U Win Myint.
La politica, il frutto più maturo della Resistenza. Il frutto buono, a dispetto di ogni debolezza. Quella che ha fatto nascere, da un continente distrutto dal conflitto, l’Unione Europea. Un messaggio nuovo per il mondo.
La politica e i cittadini: i veri protagonisti della Resistenza del nostro tempo, dell’esperienza della democrazia che, ad oggi, resta ancora la strada migliore per il percorso dell’umanità.
L’opinione pubblica, le coscienze, i cittadini possono oggi tracciare la strada nuova della Liberazione. Sono i nuovi partigiani.
Dal XX al XXI secolo, da una generazione all’altra, il tesoro umano e politico della lotta partigiana è anche oggi l’unica speranza per il futuro. Oltre tutte le macerie del presente.
Il 25 aprile 1945 era ieri. Il suo tesoro, il suo sogno è oggi nelle nostre mani.
Il popolo birmano lo ha capito, lo sta vivendo anche per noi.