La scomparsa di Annalena Lovato, il 3 marzo, ha rattristato persone impegnate in diversi ambiti della società parmense: le chiese cristiane, altre comunità religiose, l’associazionismo, la cooperazione sociale. Con i suoi 94 anni compiuti, Annalena ha vissuto e rievocava attraverso particolari significativi lo svolgersi della storia italiana del Novecento: il ventennio fascista, il secondo conflitto mondiale, il dopoguerra, il miracolo del Concilio Vaticano II, il ’68, l’affacciarsi sul movimento ecumenico della chiesa cattolica, l’incontro tra credenti di diverse confessioni cristiane e religioni.

Gli anni a Bologna

Era nata e cresciuta a Bologna in una famiglia in cui la musica e il canto addolcivano una tradizione cattolica tridentina che stabiliva una differenza ontologica tra i ministri ordinati e i laici. «Alla Messa il prete ci volgeva le spalle. Ai fedeli era proibito leggere la Bibbia. Non eravamo ancora il popolo di Dio» raccontava in un incontro una decina di anni fa. L’ideologia fascista imperversava nella scuola e oltre, e impregnava anche l’immaginario di bambine e bambini. Finita la guerra, un brusco risveglio a realtà prima sconosciute. «Quando arrivarono notizie e foto dei campi di sterminio per me è stato un crollo: in tutti quegli anni mi avevano imbrogliata. Un dolore così grande che ancora oggi mi sento un po’ in colpa verso gli ebrei anche se nel 1938 avevo solo undici anni». Ancora prima del Concilio, frequentando con le sorelle la Congregazione mariana dei Gesuiti nella ricerca di capire il senso della vita e chi fosse Dio per lei, Annalena iniziò un cammino affascinante. «Crebbe in me il desiderio di approfondire il messaggio del Vangelo. Con il padre Flick facevamo incontri di meditazione, studiavamo la Bibbia e la storia della Chiesa. Ci interessavamo anche di filosofia e letteratura. Dai gesuiti ho imparato a formarmi il senso critico. Tra le letture c’erano anche quelle di autori protestanti. L’appartenenza alla Chiesa cattolica non era messa in discussione, ma ascoltavamo anche il pensiero degli altri cristiani». Contemporaneamente la giovane era impegnata nella parrocchia della Santissima Trinità, retta dai francescani, dove nella San Vincenzo prestava aiuto alle famiglie dei profughi giuliani che erano ospitate nei chiostri della chiesa. Qui era testimone della paura che una parte del cattolicesimo, la più ampia, aveva delle altre confessioni cristiane. «Il parroco ci metteva in guardia contro quello che definiva il proselitismo dei protestanti. Questo succedeva perché i cattolici non erano pronti a niente. Se conosci quello in cui credi sei disponibile a dialogare, ma se hai paura chiudi tutto».

La stagione del Concilio Vaticano II

I semi gettati a Bologna grazie alla Compagnia di Gesù si svilupperanno dal 1957 a Parma dove Annalena arriva dopo il matrimonio con Giovanni Ballarini, coetaneo bolognese che si era trasferito per insegnare alla Facoltà di Medicina veterinaria di Parma. Collateralmente all’impegno in famiglia, che crebbe presto con la nascita di Michele e Francesco, continua la formazione della giovane donna in un ventaglio di direzioni. Alla parrocchia del Sacro Cuore, allora retta dai Saveriani, Annalena collabora alla creazione di un gruppo di spiritualità coniugale incentrato sul Vangelo, e ancora dai gesuiti è invitata a impegnarsi nel nascente gruppo di Rinascita cristiana. Continua la ricerca e l’approfondimento critico sulla realtà, la meditazione personale e comunitaria della Parola, la revisione di vita. Sono gli anni dello svolgimento del Concilio Vaticano II. «Ricordo ancora l’entusiasmo e la grande speranza nel rinnovamento della Chiesa cattolica. Sapere che il sacerdozio è del popolo di Dio è stata una scoperta bellissima». Anche a Parma nascono le prime proteste e avviene l’occupazione della Cattedrale. Al Sacro Cuore si forma un gruppo di giovani contestatori che diserta le celebrazioni parrocchiali. Annalena, benché più grande di loro, trascorre del tempo ad ascoltarli e a discutere. «Iniziai ad andare al gruppo Agape senza lasciare la parrocchia. Meditavamo insieme il Vangelo, dialogavamo su temi che riguardavano la chiesa e la società, parlavamo dell’America Latina. Qualche gesuita celebrava con noi la messa nelle case. I ragazzi cominciarono ad aiutare poveri nel Terzo mondo e persone con handicap qui da noi. Se non avessi seguito questi giovani sarei rimasta una signora che andava a messa, faceva catechismo e basta. Grazie a loro ho imparato tante cose. Sono entrata in un mondo nuovo con le mie idee. Per tanti aspetti si ispiravano ai protestanti, in particolare ai valdesi. Fu così che cominciai a leggere la rivista Com Nuovi tempi e i documenti conciliari sull’ecumenismo, e mi dicevo: «Possibile che i cristiani devono stare divisi? Voglio capire perché».

Verso le altre chiese

La domanda fu lo snodo che agli inizi degli anni ’80 portò Annalena a conoscere il gruppo di Parma del Segretariato attività ecumeniche (Sae), fondato dieci anni prima dall’insegnante Onelia Ravasini, di cui facevano già parte due amiche di Rinascita, Paola Cavazzini e Pepita Camerini. Annalena si impegnò poi stabilmente in questa associazione dedicata all’unità dei cristiani e al dialogo con l’ebraismo. Da alcune persone di Rinascita e del Sae nacque un gruppo di lettura del Primo Testamento tra donne e uomini cristiani, il rabbino Finzi, la moglie e Ada Spritzman. «Leggere e commentare insieme le Scritture a casa di uno o dell’altro fu una bellissima esperienza. C’era un clima di amicizia e stima. Era interessante scambiare tra di noi le nostre diverse interpretazioni».

Al Sae Annalena conosce il pastore Di Muro della chiesa metodista, Bruno Loraschi, e Maria Grazia Sbaffi Palazzino che apparteneva a una famiglia pastorale inserita nel dialogo ecumenico ed era molto impegnata a livello locale e nazionale. La frequentazione in borgo Tommasini, con la presenza assidua al gruppo di studio biblico, non terminerà mai. Annalena ha conosciuto otto tra pastore e pastori della chiesa metodista, ma anche pastori e membri delle chiese avventista e ortodossa.

Sono stati anni di amicizie, di complicità, di condivisione. Gli incontri si traducevano anche in aiuto nella ricerca di un luogo di culto per chi non l’aveva, nell’organizzazione di conferenze pubbliche con ospiti di valenza nazionale ed eventi nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Membro della prima Commissione diocesana per l’ecumenismo e il dialogo istituita dal vescovo Cocchi, Annalena andava anche nelle parrocchie a portare testimonianza. «“Mi dicevano: ma tu sei specializzata”. Io replicavo: “Tutti noi dobbiamo diventarli!”». La sua formazione si alimentava, oltre che localmente, partecipando con il marito alle sessioni di formazione ecumenica del Sae che dalla Mendola si trasferirono poi a Chianciano, a Paderno del Grappa e ad Assisi dove la coppia è andata per l’ultima volta nel 2018.

L’impegno sociale

In fedeltà alla vocazione cristiana e grazie a una coscienza libera e responsabile che Annalena aveva maturato, non poteva mancare l’impegno nella società più ampia. E allora ecco il coinvolgimento nel progetto di liberare dall’isolamento domestico i giovani con disabilità, che fu il primo nucleo della cooperativa di solidarietà sociale Oltretorrente, la prima a Parma. Don Francesco Marchini, alcune signore tra cui Annalena e qualche altro volontario accompagnavano e seguivano in borgo Catena, nei locali messi a disposizione dai frati dell’Annunziata, ragazze e ragazzi diversamente abili.

E poi Annalena entrò nel Gruppo Scuola, che nel quartiere Montanara s’interessava di famiglie nella marginalità, si occupava della formazione degli adulti e di dinamiche sociali. «Le esperienze che ho vissuto facevano parte della ricerca di una fede sempre più vera, perché mi sembrava che il Signore mi chiedesse di non restarmene chiusa solo in un ambito, ma di aprirmi per capire quali movimenti c’erano intorno a me. Ho sempre pensato di fare bene ad agire così perché mi arricchiva molto. Allo stesso tempo non trascuravo la famiglia perché gli impegni erano distribuiti in modo che potessi dedicarmi a tutti». Così spiegava Annalena a chi le chiedeva la motivazione del suo attivismo. Che non era assistenza o filantropia, ma la restituzione di quanto aveva ricevuto. «La vita è un dono talmente grande che siamo chiamati a fare del bene agli altri dimostrando loro amore e affetto» ci disse recentemente in una delle riunioni del Sae, da tempo online a causa della pandemia.

In dialogo con tutte e tutti

Utilizzando un’espressione di Giovanni, Annalena è stata «una donna cresciuta nella sua individualità, educata a non essere dipendente dal marito». Figlia di una madre che viaggiava per lavoro e di un padre giornalista, imparò l’autonomia fin da piccola. Crebbe respirando e donando amore in famiglia e altrove, dedicandosi ad attività culturali e vivendo esperienze ecclesiali. Si sentiva parte della chiesa cattolica e ne discuteva in un dialogo franco e libero da condizionamenti clericali. Con altre donne, e senza protagonismi, ha animato fedelmente il movimento ecumenico a Parma e ha esplorato il dialogo interreligioso. Partecipò con entusiasmo all’iniziativa per ricordare e rivivere il Concilio Vaticano II promossa nel 2009 – 50° dell’annuncio dell’assise – dal cognato Luigi Pedrazzi, che ispirò a Parma la nascita del gruppo “Il Concilio Vaticano II davanti a noi”. Annalena era tra le persone che avevano assistito al processo conciliare dall’inizio, ne auspicava la piena realizzazione ed era preoccupata delle spinte contrarie che non sono mai venute meno. Non temeva il confronto con le realtà esterne al cattolicesimo, anzi era curiosa delle idee altrui, aperta al dialogo con tutte e tutti, di qualsiasi chiesa, religione e pensiero fossero. Era affamata della Parola e delle parole fiorite nel campo dell’umanità. Sempre con un libro aperto sul tavolino di lettura. Consapevole che la Chiesa era più grande della chiesa cattolica, e che la Chiesa era più piccola del Regno che Gesù di Nazaret ha servito e predicato. Pensando a come nominare questa amica, sorella e madre direi: una laica cristiana.