Provare a  commentare l’attuale situazione politica nazionale è un esercizio alquanto difficile, se non addirittura temerario: intanto, le cose cambiano con grande velocità e “quello che ieri era  vero non sarà vero domani”, per usare le parole sempre attuali  di Lucio Dalla; e poi perché, con la nascita del nuovo Governo, le tradizionali distinzioni e chiavi di lettura sono,  almeno per il momento,  obsolete e non più utilizzabili. In questi giorni, ad esempio, si sottolinea che ad andare in crisi con la fine del Governo Conte sono state  le forze che lo sostenevano,  ovvero  Movimento 5 Stelle e PD. Ma non è detto,  avendo  anche presenti gli effetti della pandemia sul sistema sociale e politico, ancora in gran parte sconosciuti e imprevedibili, che il “terremoto” colpisca prima o poi anche le altre forze politiche,  e che quindi l’aver avviato subito i necessari quanto dolorosi cambiamenti  per far fronte alla nuova situazione possa alla lunga rivelarsi un vantaggio proprio per 5 Stelle e PD.  D’altronde anche  autorevoli  esperti,  partendo dal travaglio che sta attraversando la Lega a proposito della sua futura collocazione europea,  sostengono appunto che anche  per i partiti di centro-destra la possibilità di continuare come se nulla fosse cambiato è solo un’illusione.

In questa grande incertezza l’unico punto fermo (oltre al Presidente della Repubblica, ma almeno questa non è una novità) è rappresentato  da Mario Draghi. Se è  ovviamente troppo  presto per dare un sia pur minimo giudizio sulla sua azione di governo si possono però esprimere almeno due considerazioni, che andranno naturalmente confermate con l’andare del tempo. La prima è che Draghi “funziona” (anche) come simbolo e fattore di speranza ( con la  s minuscola….) ,  di fiducia in una rapida uscita dall’emergenza, di  conferma che “ce la possiamo fare”.  In fondo, gli studiosi del “New Deal” hanno appurato che, più ancora che le misure concrete decise da Roosevelt,  a far uscire l’America dalla Grande Depressione fu appunto il senso di una “svolta” in positivo che la sua elezione aveva portato con sé, la convinzione che il peggio fosse alle spalle e che  si stava aprendo un’era nuova. Forse è troppo pretendere tutto questo da Draghi, ma certo il neo-Presidente del Consiglio, grazie al prestigio e all’autorevolezza che lo accompagna,  può davvero aiutare gli italiani a guardare al futuro con meno pessimismo e con la prospettiva di tornare presto a una qualche “normalità”. L’altra considerazione riguarda il suo “stile”, fatto di sobrietà, di concretezza, di attenzione ai fatti più che alle parole. Svolta, questa sicuramente positiva, ma che per essere davvero “epocale” dovrebbe coinvolgere anche gli altri protagonisti della scena politica, alcuni dei quali sembrano invece ancora legati alla stagione della propaganda, dell’ossessione per l’immagine, della comunicazione compulsiva, con episodi addirittura grotteschi  – come quello, di alcuni giorni fa,  protagonista  un leader di partito che, senza alcun incarico istituzionale  si è mobilitato,  naturalmente con telecamere al seguito, per negoziare (?)  la  fornitura di vaccini agli italiani “scavalcando” bellamente Ministri e tecnici.

Ma, sempre a proposito di Draghi, è opportuno ricordare, prima di concludere, che l’Italia ce la farà solo se i suoi cittadini non cadranno nell’errore di “stare a guardare” delegando  a chi ci governa responsabilità, impegno, partecipazione,  ma faranno ognuno la propria piccola o grande parte; se, necessario. anche segnalando, con spirito costruttivo e collaborativo, quello che non va o può essere migliorato. Non è insomma stando sempre  “zitti e buoni”, per usare un’espressione di moda in questi giorni, che si accelera  l’uscita dal tunnel della pandemia  e delle sue drammatiche conseguenze.