L’11 gennaio scorso, con il motu proprio Spiritus Domini, papa Francesco ha modificato il can. 230 §1 del Codice di diritto canonico, stabilendo che d’ora in poi anche le donne saranno ammesse ai ministeri istituiti del lettorato e dell’accolitato. Quel canone recepiva le disposizioni emanate nel 1972 da Paolo VI, che con la lettera apostolica Ministeria quaedam era intervenuto sulla disciplina dei cosiddetti “ordini minori”, cambiandone il nome (ministeri istituiti), riducendone il numero attuale a due – lettorato e accolitato – e specificandone la natura laicale.  In quel documento Paolo VI aveva tuttavia anche precisato che l’istituzione, secondo la tradizione della Chiesa, era da riservarsi agli uomini. Nella lettera che spiega il contesto e la logica del motu proprio, indirizzata al cardinale Ladaria, Francesco precisa fra l’altro che quella tradizione era “venerabile”, non “veneranda”, e che per questo può essere abbandonata se non corrisponde più al mandato ecclesiale di evangelizzare le genti.  Alcune fra le numerose reazioni a Spiritus Domini meritano una lettura diretta perché puntuali e qualificate (ma del tutto accessibili); a esse rimando, aggiungendo qui solo due “morali della storia”.

 La realtà è superiore all’idea. Ma deve aspettare

 Può darsi che nel 1972 fosse ancora presto perché “in alto” ci si rendesse conto del contributo che le donne stavano già dando alla vita della Chiesa anche negli ambiti che hanno a che fare con il lettorato e l’accolitato. Certamente però 48 anni sono un tempo del tutto sproporzionato rispetto a ciò che, nei decenni scorsi, chiunque ha potuto vedere e sperimentare non solo qui da noi, ma in molte altre parti del mondo. Tanto è vero che richieste di cambiamento nella direzione in cui va oggi Spiritus Domini erano ben presenti alla coscienza di tantissime donne che continuavano a chiedere ragione di un’incongruenza palese e ingiustificabile: ministeri laicali da cui le laiche erano escluse “per nascita”;  erano anche poste pubblicamente da teologhe, teologi e vescovi, e comparivano perfino in una delle proposizioni (n. 17) del Sinodo celebrato nel 2008. Francesco evoca questa “tradizione alternativa” riconducendola a «tempi recenti», ma a essere recente sembra piuttosto la volontà di ascoltare la realtà. Perché la teoria c’era già tutta nel 1972 (e infatti non è cambiata), ma non se ne erano mai volute trarre le conseguenze.E non solo c’era la teoria; c’era, e negli anni è cresciuta esponenzialmente, la testimonianza di moltissime donne – fuggevolmente richiamata nella Lettera al card. Ladaria – «che hanno curato e curano il servizio alla Parola e all’Altare». Che – aggiungiamo – costituiscono la grande maggioranza delle persone impegnate nella pastorale, animano le comunità, pregano, studiano e insegnano la Bibbia, sono esperte di liturgia o teologhe di professione, e in alcune parti del mondo esercitano ministeri in proporzioni per noi inimmaginabiliAllora, se è vero – come dice Francesco in Evangelii gaudium – che la realtà è superiore all’idea, sarebbe il caso di chiedersi e dirsi francamente perché questa realtà fatica tanto a essere riconosciuta, e qual è l’idea che è riuscita a tenerla bloccata per mezzo secolo su una questione priva di qualunque incertezza teologica. E sarebbe il caso di far tesoro, per il futuro, di questa vicenda.

Dall’uno al due, dal due alla pluralità

Dopo Spiritus Domini le donne non faranno più di quello che già fanno – o se lo faranno, non sarà a causa del motu proprio.  Quello che cambia sostanzialmente è il chi saranno nella Chiesa alcune di loro, quelle che diventeranno lettrici e accolite istituite. Sta qui, ricorda Serena Noceti sul Regno, la differenza fra il ministero di fatto e il ministero istituito. Ed è in questo, a mio parere, che si può individuare un punto di svolta irreversibile e potenzialmente rivoluzionario, perché si incide su due piani la cui connessione non è mai da sottovalutare: quello della legittimazione ufficiale e quello simbolico.Nessuno può negare che i ministeri istituiti, finché erano riservati agli uomini, perpetuavano nell’immaginario (ad intra e ad extra) quell’associazione fra sacro e maschile di cui ben conosciamo gli effetti devastanti lungo tutta la storia della Chiesa. Nel momento in cui le donne entrano di diritto in spazi da cui erano arbitrariamente escluse, non cambia solo un aspetto particolare: è l’assetto generale che – volente o nolente – va incontro a una riconfigurazione.Potrà essere una riconfigurazione ecclesiale, perché – considerando anche il ruolo propulsore che hanno in questo momento Chiese come quelle amazzoniche – potrebbe realizzarsi più facilmente la creazione di nuovi tipi di ministeri istituiti, già prevista da Paolo VI.E potrà essere anche un aiuto alla riconfigurazione dei rapporti di genere su cui la Chiesa è strutturata e che – nonostante tutti i cambiamenti che le donne hanno avviato e di cui sono interpreti – è segnato da resistenze e vischiosità molto potenti (non è un mistero quanto androcentrismo e anche maschilismo innervino la vita della Chiesa). Condividere fra donne e uomini un ministero, invece che “riservarlo”, è la via migliore per renderlo vitale; e la cosa interessante è che lo spazio non si riduce, ma si allarga. Un po’ come è successo per il canone 230 §1: tolte tre parole – «di sesso maschile», è diventato grande almeno il doppio.