E’ stato pubblicato in questi giorni dall’Editrice Diabasis il volume “Dopo la pandemia: lavoro, citta’, democrazia” di Maura Franchi ed Augusto Schianchi, al quale abbiamo posto alcune domande su questo attualissimo lavoro. 

1). Si dice che serve capire e guardare lontano, perchè nulla sarà come prima. Quanto è verosimile questa affermazione?

Nulla sarà come prima perché la pandemia ha innescato dei processi, che erano latenti, e che sono esplosi ben oltre una loro attesa evoluzione. L’esempio più evidente è il cosiddetto smart working. Da tempo esiste il lavoro da remoto, ma questo riguarda principalmente attività routinarie, ad esempio la contabilità. Miei studenti laureati albanesi in economia aziendale, fanno i commercialisti dall’Albania per aziende locali di Parma, utilizzando lavoro locale con costi più bassi. Lo smart working è un lavoro qualificato, specialistico che viene svolto a casa e ci si parla quando necessario con Zoom. Poi ci si vede anche, ma con periodicità del tipo una volta a settimana. Ormai i nuovi contratti di lavoro delle grandi società prevedono questa modalità anche per i quadri dirigenziali. Si lavora di presenza solo quando è strettamente necessario. Le implicazioni sono enormi e ad ampio spettro, facilmente immaginabili, che vediamo.

  2) Cosa significa “connettere i puntini” per la visione del futuro?

Connettere i puntini è un’affermazione storica di Steve Jobs. Vuol dire pensare ad un mondo che non è separato in blocchi, ma interconnesso in rete. Un mondo in blocchi implica che si parlano solo i referenti di ciascun blocco. In un mondo a rete, tutti parlano con tutti. Questo vuol dire maggiore rischio di “confusione” rispetto ad un mondo gerarchizzato in blocchi, ma liberalizza le energie individuali perché cancella le strettoie informative. Oggi i neurobiologi ci dicono che anche il nostro cervello non è funzionalmente separato in comparti, ciascuno specializzato in una funzione specifica, ma è articolato in una rete interconnessa al suo interno. Più difficile da capire, ma più potente nelle sue capacità potenziali.

3) Cosa si può dire dei risvolti sulla vita pratica dei cittadini dovuti agli sviluppi delle tecnologie?

Aggancio questa risposta alla prima, focalizzando l’attenzione sullo smart working. Lavorare in prevalenza da casa, vuol dire, uno spazio aggiuntivo nella casa dove lavorare, vuol dire digitalizzare le città, vuol dire ridurre drasticamente l’uso di mezzi di trasporto, magari inquinanti. Vuol dire cambiari i rapporti sociali, più distanti nel lavoro, ma più vicini nelle famiglie, nelle comunità. Si pensi alla rivoluzione di internet e dei cellulari: siamo tutti vicini a portati di click; ma siamo anche lontani perché il messaggio non può sostituire l’incontro di persona. Le tecnologie in linea di principio sono neutrali, è il loro uso che le definisce. Un coltello serve per ferire come per tagliare una torta. Dipende chi lo usa.

4) Si parla di “città dei 15 minuti”: cosa significa?

E’ un riflesso di quanto sopra. Una minor pressione sugli spostamenti, consente un migliore uso del territorio, minore affollamento e traffico, trasporti pubblici più efficienti. Possiamo immaginare le città del futuro, di taglio geometrico come in certe cittadine americane che vediamo nei film… sarà possibile. Con poco traffico si arriva dappertutto in tempi brevi, quando è necessario.

5) In che senso la pandemia distrugge e accelera lo sviluppo? Si ridurranno le disuguaglianze sociali?

La pandemia è stata una guerra, ha distrutto tanto. Anzitutto vite umane, ad oggi quasi 100 mila morti in Italia. Poi ha distrutto valori economici, imprese, speranze. Ma come tutte le guerre ha accelerato le innovazioni tecnologiche, le esperienze di lavoro in condizioni di stress. La logistica della seconda guerra mondiale, in parallelo rispetto alle distruzioni, ha insegnato enormemente per l’esperienza dei tempi successivi, in un mondo che progressivamente è diventato globalizzato. Le diseguaglianze sono il grande problema non risolto a seguito del processo di globalizzazione, che ha ridotto le diseguaglianze tra i paesi, ma ha aumentato le diseguaglianze all’interno dei singoli paesi. Tanti studi sono in corso per capire cosa sta succedendo alle diseguaglianze, ciascuno rispetto alle proprie condizioni locali. In Italia, come testimonia l’Istat, le diseguaglianze stanno crescendo, perché viene meno il lavoro, soprattutto per le donne ed i giovani. E’ evidente che lo sforzo maggiore del nuovo governo dovrà essere quello di orientare la politica economica in difesa degli anziani con adeguate politiche sanitarie, ma soprattutto favorire la crescita del lavoro femminile e quello dei giovani.

6) Quali cambiamenti attesi nella qualità della democrazia?

La democrazia porta sempre con sé il cartello di “lavori in corso”. E sempre con una discussione aperta sul progetto originario. Come diceva Churchill, la democrazia è un pessimo modo di governare, ma non ne abbiamo ancora trovato uno migliore. Abbiamo due tipi di democrazia: una, che potremmo definire sovranista, è quella in cui la maggioranza dei voti consente al vincitore di fare quello che si vuole. Penso alla Russia di Putin, alla Turchia di Erdogan e purtroppo tante altre in giro per il mondo. Anche in Italia c’è chi ha chiesto la maggioranza dei voti per poi pretendere pieni poteri in nome del popolo. C’è poi la democrazia che abbiamo ereditato noi, con la nostra Costituzione. Che è una democrazia liberale, cioè che assicura lo stato di diritto; ed è sociale, perché assicura determinati diritti sociali (alla salute, allo studio, al lavoro…).  Ecco non tutte le democrazie hanno questo carattere, negli Stati Uniti in costituzione non c’è il diritto alla salute o allo studio. Ma torniamo alla nostra. La nostra democrazia è affaticata perché il suo passo è scandito dal mondo del dopoguerra, dopo 20 anni di dittatura. Oggi il mondo corre e la gente chiede alle istituzioni democratiche risposte efficienti ed eque. La pandemia ha inevitabilmente aggravato tutto questo per ragioni concrete: emergenza sanitaria, scolastica, di tutto l’apparato burocratico. Un esempio: i decreti di sostegno all’economia a seguito della pandemia, a distanza di mesi dalla loro approvazione non sono ancora entrati in vigore per la mancanza dei decreti applicativi di competenza dei rispettivi ministeri. Questi decreti sono a ieri 547. In generale in questi tempi la democrazia soffre perché non risponde rapidamente ai bisogni della gente. A partire dalla risalita delle diseguaglianze sociali: lo stato sta perdendo il contatto con le persone più fragili, e questo non è accettabile in democrazia. Ecco perché certe riforme -della burocrazia, della giustizia- non sono un vezzo di un governo efficiente, ma sono un obbligo politico nei confronti della fascia sociale più debole.