Ospitiamo volentieri un intervento dell’amico ed ex-senatore Giorgio Pagliari sulla situazione politica nazionale.

Quello, a cui il Presidente del consiglio e la sua (ex) maggioranza tutta, ci hanno costretto ad assistere è stata davvero una “commedia d’avanspettacolo”, che il Paese non merita. Ciò che mi ha più colpito negativamente è la concezione “proprietaria” che il premier, per di più privo della benchè minima legittimazione popolare, ha vieppiù dimostrato di avere del suo ruolo. La prassi costituzionale, che a livello istituzionale ha valore vincolante, è stata disinvoltamente violata nel momento, in cui con l’uscita di Italia Viva dalla maggioranza e con il ritiro delle due ministre era venuta meno la maggioranza: la salita al Colle per le dimissioni, infatti, era un atto dovuto e senza alternative. Il precedente di Andreotti, al riguardo, è stato invocato a sproposito perché le dimissioni dei cinque ministri della sinistra democristiana (era il 1990) erano una questione interna alla DC e non avevano fatto venir meno la maggioranza.Perché questo è successo? Perché le dimissioni non sono state pretese? Non lo so, ma il fatto resta in tutta la sua gravità sul piano costituzionale e politico più che mai provenendo dall’uomo dei DPCM.  Si badi bene: le dimissioni non avrebbero nemmeno impedito che il premier fosse rinviato alle Camere per verificare l’esistenza di una maggioranza a suo favore; al contrario, come sta emergendo in queste ultimissime ore, avrebbero potuto agevolare la soluzione della crisi.

Al contrario, il premier, sostenuto dalla sua residua maggioranza, si è preso (!) qualche giorno per la campagna acquisti (un’indecenza già vista, ma pur sempre un’indecenza) per presentarsi, infine, al Senato, terminando le acquisizioni “in zona Cesarini”, come ha osservato un arguto giornalista. Tant’è! Giudicheranno gli elettori!

La domanda principale rimane quella iniziale: a che pro? Così, infatti, non si può comunque governare. Così si galleggia e nemmeno alla Andreotti, ma molto peggio. Bisogna cambiare approccio.

Prima viene il Paese, prima vengono le donne e gli uomini, i giovani e le giovani, il futuro dell’Italia: ci vuole un governo forte politicamente e qualificato sul piano personale, con una visione ideale e un progetto preciso e coraggioso. Ci vuole, cioè, l’esatto opposto di quello che ci sarebbe se il tentativo “raccogliticcio” del premier dovesse riuscire. Non si può giungere ad un governo all’altezza della situazione per coesione programmatica e per qualità dei suoi componenti? Le regole della democrazia – mi permetto di dire – indicano la strada delle elezioni. E la storia insegna che queste regole non vanno mai forzate e dice anche quali sono stati gli effetti delle forzature. La strada elettorale non è ancora tracciata: un governo istituzionale sembra, in base ai giornali, ancora possibile con l’inclusione dei c.d. centristi e di FI o di una parte dei suoi parlamentare.

Sarebbe sufficiente?

Non nascondo le mie riserve, ben avendo presenti le tante spinte a fare del ricorso alle urne l’ultimo sbocco. Ciò che non comprendo (e rigetto nella sua palese strumentalità) è la demonizzazione a priori della prospettiva elettorale, con argomenti come la pandemia (nei prossimi mesi voteranno in molti paesi europei) o come il timore di perdere il Recovery Fund (il rischio vero è legato al non governo e all’instabilità governativa di fatto).Alcune annotazioni finali mi sembrano doverose. Renzi: secondo me, bisogna distinguere tra il contenuto della sua posizione e le scelte tattiche. Quanto al primo profilo, nessuno ha mai smentito che le critiche fossero condivise anche da gran parte del PD, a partire dal segretario e da una parte dei 5S. E il fondamento delle stesse ha finito per essere riconosciuto da tutti, compreso il premier. Lo spettacolo della scrittura (non riscrittura!) del Recovery Fund è davvero triste: superficialità e approssimazione rispetto ad passaggio così decisivo sono da condannare senza se e senza ma. E questo episodio conferma la propensione del presidente del consiglio a fare da sé con ingiustificabile dispregio delle prerogative del governo, del parlamento e della prassi parlamentare: non si può fare finta di niente. Propensione che è dimostrata anche dalla previsione della Task force per il Recovery Fund e i trecento consulenti a supporto: i livelli istituzionali si rispettano e non si scavalcano. E, del pari, dalla ostinata resistenza a non voler cedere la delega sui servizi segreti.

Le ragioni (di merito) sono state, però, cancellate nell’opinione pubblica dalle scelte tattiche di Renzi: chiudere la porta subito dopo la riapertura del dialogo da parte del premier senza andare a “vedere le carte (o il bluff)” ha determinato la colpevolizzazione di Renzi, che è stato inquadrato come colui che ha aperto la crisi senza motivo. Un effetto quasi scontato e che avrebbe dovuto indurre il leader di IV ad un ultimo confronto onde far emergere il fatto che le posizioni erano reciprocamente (e non unilateralmente) rigide. E non consentire di svilire la posizione del Senatore toscano come personalistica o peggio.

PD: questa crisi ha messo in evidenza le difficoltà del partito democratico in questo quadro politico. La prospettiva del “governo contro” (oggettivamente azzardabile nel 2019) ha visto la chiusura del suo orizzonte, nel momento stesso in cui l’alleanza con i 5S non si è consolidata, rimanendo un’“intesa” tra diversi. E il PD non può (e non deve, secondo me) appiattirsi, sopportare (se non subire) per salvare il governo: (ancora una volta) a che pro? La mera gestione dei fondi del Recovery Fund non può essere lo scopo, se il PD rimane coerente con la missione, sulla quale è stato fondato. Il rischio, sotto altro profilo, è quello di ricommettere l’errore compiuto nel 2012 con il sostegno ad oltranza del governo Monti. La governabilità è un valore se serve a garantire scelte e riforme, rilancio e sviluppo, non se garantisce semplicemente un governo “a prescindere”.

Penso che, più che mai dopo questo passaggio, una riflessione di fondo debba essere sviluppata, perché il PD tutto è stato tranne che protagonista. L’approccio tattico, legato alla volontà di “tenere in piedi” il governo, ha consolidato purtroppo nell’opinione pubblica l’idea del partito dell’establishment (controllore) e di potere. Per questa strada, le prospettive non saranno rosee neanche con la fine della pandemia e con la distribuzione dei miliardi del Recovery Fund. Il futuro del PD, secondo me, dipende dalla sua capacità di tornare ad essere un partito riformista, capace di scelte autentiche, coraggiose e forti, quali sono richieste dalla situazione oggettiva. Personalmente, mi aspetto anche una più intransigente difesa della Costituzione, trattata un po’ troppo disinvoltamente dal premier e dal governo in questi mesi.

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Ad articolo “licenziato”, leggo la notizia delle dimissioni del Presidente del consiglio.

E’ l’ultima occasione, in questa legislatura, per dare al paese un governo con le energie migliori e con un programma limitato ma con un respiro riformatore all’altezza di questo tempo maledetto. Non succederà, ma io tifo Draghi perché questa soluzione vorrebbe dire che la politica deve lasciare il campo alla Politica perché l’Italia abbia un futuro.