L’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 sta cambiando le abitudini di vita di ogni individuo. Il mondo oggi è una grande prigione di autoreclusi. Il nostro gruppo del Laboratorio di sociologia culturale del Polo Penitenziario Universitario dell’Università di Parma, coordinato dalla Prof.ssa Vincenza Pellegrino di UniPR e dal drammaturgo Vincenzo Picone, e composto da studenti e detenuti, ha voluto rilanciare la speranza nel momento della pandemia. Ci troviamo regolarmente in carcere da anni, dentro laboratori settimanali dove leggiamo insieme testi di vari autori, e a partire da quelli, scriviamo racconti autobiografici che poi ‘mettiamo in scena’ per altre persone. Nel periodo del Covid ci siamo chiesti come tenere vivo il nostro legame. Il senso di responsabilità sociale ci ha insegnato a non lasciare che queste incertezze sul futuro si regolassero da sé; queste incertezze, dimenticanze, verso l’‘Altro’ possono essere ‘governate’. Tenendo vivi gli obiettivi preposti dal Laboratorio, abbiamo creduto nella forza dei legami sociali, iniziando la costruzione di un ponte tra il carcere e la città, tra l’egoismo e la solidarietà. Il nostro ponte (fatto di incontri e di epistolari, come nel periodo del Covid) è costantemente in costruzione, e trova le proprie fondamenta nell’impegno sociale di ognuno di noi.

Questi mesi sono stati una scommessa generata dalla presa di coscienza della società in cui viviamo, dove imperano le disuguaglianze. Non siamo rimasti indifferenti, abbiamo voluto ‘costruire senso’ insieme a coloro che restano invisibili. Chi più di loro poteva guidarci nel viaggio dentro noi stessi e suggerirci come trasformare questa ‘prigione’ in un punto di partenza e contatto facendo di necessità virtù?

Molti studenti detenuti ci hanno raccontato ad esempio – nelle lettere inviateci durante il primo lockdown – come l’unione con la famiglia sia stata fondamentale. È proprio l’incontro via Skype con i bambini spesso assenti nelle visite tradizionali – incontro sperimentato per la prima volta durante il Covid – a riaccendere in lui desiderio e speranza. Tornare agli affetti principali, originari, capire quanto sia fondamentale il diritto a quegli affetti, all’incontro, e lottare per dare sostanza in modo nuovo a quel diritto. Poi, la pandemia ha fatto messo al centro lo strumento potente che noi usiamo insieme: la scrittura. Lei è stata il filo rosso che ci ha unito: è stato possibile creare contatto, fare cultura al di là di sbarre e al di là di timori del contagio. Riscoprirsi umani e fare comunità sostiene realmente dentro la crisi. Proprio partendo da queste nostre considerazioni, Claudio Conte, un altro studente detenuto, ha scritto[1]: “Dalla catastrofe che sembra travolgerci stiamo cominciando ad apprezzare di più la presenza delle persone vicine, anche di quelle che non conosciamo, del senso di comunità e di solidarietà che si sta affermando. Una tragedia, il tramonto di una società ormai stanca, sfiduciata, sta lasciando il posto a una nuova idea di umanità possibile, perseguita testardamente dai tanti che nell’anonimato prima hanno gettato le basi per un senso di comunità diverso da quello derivato dal combinato disposto di un modello individualistico, competitivo, mercificatorio, consumistico”. Se in condizioni così estreme di disagio si riesce a sperare, questo ci sprona, ci motiva davvero alla costruzione di un mondo più solidale che se fino a ieri era difficile pensare e oggi appare un po’ più necessario.

[1] Claudio Conte, Postfazione. La possibilità che sta dentro la catastrofe, in Vincenza Pellegrino, Futuri Testardi. La ricerca sociale per la costruzione del “Doposviluppo”, ombre corte, Verona 2020.