Il testo della “Fratelli tutti” appare, fin dalla sua titolazione, un appello, prima che una Enciclica: un richiamo forte attorno ai fronti caldi del nostro tempo, che non concede rinvii né sottovalutazioni, né tanto meno chiusure intimistiche con motivazione spirituale, nel quale dunque non poteva essere assente il tema del dialogo interreligioso. Senonchè, quando il tema viene esplicitamente affrontato, nel cap. 6, ci si trova di fronte ad un approdo del tutto naturale e che quindi non ha né alternative né controindicazione alcuna. Sembrano ormai lontani i tempi dei distinguo e delle riserve sul dialogo interreligioso, a lungo rimasto nei vertici della Chiesa Cattolica come scelta opzionale e secondaria (oltre che talvolta pericolosa). Qui al contrario esso si fa evento fondante.

Infatti chiunque può anzitutto convenire su un antefatto, consistente ed evidente: il dialogo è stato battuto e vissuto da Jorge Bergoglio come prassi permanente, nella sua lunga esperienza pastorale, in un contesto problematico quale quello dell’America Latina.

In secondo luogo il dialogo pervade l’intero testo fin dalla introduzione nella quale esso viene inquadrato secondo i termini aggiornati di discipline quali l’antropologia e la psicologia sociale, ma non solo, esso viene altresì collocato nell’odierno contesto della complessità. Risuona particolarmente lucida l’acquisizione della valenza primaria delle ‘relazione’ quale elemento  originario, che pertanto assegna al dialogo stesso una valenza a sua volta generativa e non soltanto una funzione gestionale. Dialogo che, mentre riconosce l’altro e cii aiuta a conoscere meglio noi stessi (anche liberandoci dalla gabbia identitaria troppe volte invocata come pretesto contro un sincero dialogo o come freno verso quel ‘dialogo dialogale’ insegnati da Raimon Panikkar), si rivela così capace di trasformare gli interlocutori creando occasioni ulteriori di incontro.

Ecco, in terzo luogo, la forza che fuoriesce dalle righe del testo: impregnato di testimonianze recenti che si sono tradotte in vere e proprie svolte epocali: come -per citarne soltanto due- da un lato il famoso Appello alla fratellanza umana (Abu Dhabi 2019) sul piano propriamente interreligioso; dall’altro il sinodo per l’Amazzonia (con la lettera postsinodale Querida Amazzonia) sul piano squisitamente interculturale. Due eventi differenti, l’uno a valenza politica, l’altra a valenza ecclesiale, che aprono nuovi scenari: il primo perché realizza un ponte solido ed ufficiale con il mondo musulmano; il secondo perché inaugura una elaborazione non più eurocentrica nel Magistero Pontificio. Eventi che -anche se conseguiti su specifici quadranti geopolitici- rivestono ambedue una funzione universale, offrendo prospettive nuove di comprensione a livello planetario.

Così, quando finalmente l’Enciclica affronta il tema del dialogo a livello interreligioso sia il riconoscimento esplicito di errori e di resistenze al dialogo, sia l’invito a rinunciare alla autoreferenzialità (difetto congenito delle religioni) suonano come precisi impegni per l’agenda odierna di ogni fede religiosa: per realizzare concrete pratiche di servizio e sostegno alla fratellanza umana fondata sulla giustizia, nel segno dell’unità dell’unica famiglia umana. Superando quindi i limiti delle concezioni della cultura occidentale (troppo spesso pseudo-universalistiche) e delle prassi degli Organismi Internazionali (fin qui egemonizzate dai Paesi ricchi) ed allineandosi piuttosto a quelle numerose voci sapienziali che -dall’Estremo come dal Vicino Oriente- hanno da oltre un secolo annunciato l’unione del genere umano (da Svetlana Rumi a Yogananda, da Baha’U llah a Gandhi, da Krisnhamurti a Ramana Maharsi, solo per citarne alcune). Voci che accentuano il grido di dolore espresso dai popoli nativi, sempre più residuali, e dai movimenti popolari, costantemente marginalizzati.

Una convergenza storica che inchioda ciascuno alle proprie responsabilità, oltre ogni divisione e giustificazione ideologica e/o confessionale: invitando ad uscire dagli schemi consunti del passato, per rispondere alle sfide del presente.  E qui, nelle parole di papa Francesco, sembrano riecheggiare quelle di una intuizione profetica del suo confratello p. Pierre Teilhard de Chardin il quale (da Pechino nel 1934) sollecitava le religioni a dimostrare il loro effettivo apporto all’evoluzione umana. Tema questo fortemente presente nella critica moderna alla religione: che va finalmente riconosciuto e quindi sanato.

Da osservare infine come l’Enciclica proponga quali fonti anche autori non cristiani: era già accaduto con Giovanni Paolo II (ma solo per autori della tradizione ebraica); qui il Magistero della Chiesa accoglie come testimoni anche credenti di altre tradizioni (musulmana e induista), secondo le intuizioni del Concilio Vaticano II (con la Dichiarazione Nostra aetate), riprese poi nell’Enciclica Novo millennio ineunte, che prevedevano il dischiudersi nella storia di inedite modalità di espressione e presenza dello Spirito Santo. Elementi preziosi per la nuova disciplina della ‘teologia delle religioni’ che andrebbe finalmente riconosciuta e non solo tollerata, ma piuttosto ben coltivata.

Tra i commenti all’enciclica, quello forse più entusiasta è stato quello di Leonardo Boff (che non ebbe vita facile con i due predecessori di papa Francesco) il quale (su Adista 24 ottobre 2020) non esita a menzionare come esempio di coraggio l’invito esplicito del papa a non attendere le mosse dei vertici ma a operare dal basso: ricordando le parole del poeta brasiliano Vinicius de Moraes, tratte da una samba: “la vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita” (https://youtu.be/aot4CXFVzds). Non è questo anche un segnale potente per il dialogo ecumenico e interreligioso? Occorre promuovere azioni coraggiose dal basso, senza necessariamente attendere le gerarchie (secondo riduttive accezioni di obbedienza): del resto, a ben vedere, in effetti è avvenuto finora così anche in ambito cristiano (si pensi al movimento ecumenico) e solo ad un certo punto quelle feconde sollecitazioni sono approdate a gesti autorevoli dei vertici delle Chiese.

Un messaggio rivolto quindi soprattutto alle giovani generazioni, finora ancora poco o solo parzialmente esposte, a sognare e lottare in campo aperto per aprire nuove vie al futuro nel segno della pace fondata sulla fratellanza e non sui falsi presupposti di una illusoria globalizzazione fondata sul dominio dei pochi, tramite il potere della tecnocrazia, della finanza, degli armamenti.