Quello del Natale 2020, forse per la prima volta (eccettuati forse per i più anziani tra noi coloro che hanno vissuto le tragiche esperienze della II guerra mondiale) è destinata ad essere una intimità a distanza, tranne che per la “famiglia ristretta” e dunque escludendo i parenti ed amici lontani che sarà impossibile incontrare nelle tradizionali “tavolate” del periodo natalizio. Per chi colga l’importanza della “condivisione del cibo” – sin dalle lontanissime soglie della storia dell’umanità – si tratta di una ferita non facilmente sanabile: non basta una telefonata per realizzare una essenziale convivenza, come è quella evocata dalla parola latina convivium . Si manifesta qui il profondo senso di un antico detto “partire è un po’ morire” (in questo caso nella forma dell’essere lontani ,appunto come se si fosse distanziati di chilometri….).

Non resta dunque che attendere pazientemente che “passi la nottata”, inventando in forme diverse dalla convivialità per restare, in qualche modo, insieme. Se viene meno il diretto contatto fisico, l’abbraccio, la carezza, lo sguardo,, rimane almeno la parola: un Natale dunque senza abbracci – salvo che per coloro che non siano gli stretti congiunti – ma non senza parole, se si sapranno valorizzare quegli scambi da lontano, soprattutto telefonici, sottraendoli alla tentazione del pure e semplice chiacchiericcio. E’ finito – travolto da questa pandemia – il futile mondo delle chiacchiere e si apre il temo di una Parola che, direttamente e indirettamente, ci raggiunge: a partire da quelle che il Prologo dell’evangelista Giovani annunzia nelle celebrazioni liturgiche: in principio era il Verbo: Viene a mancare, almeno nella forma diretta del “faccia a faccia”, la parola degli uomini, ma persiste –ed anzi si rafforza nel tempo del misterioso silenzio dell’attesa- la Parola di Dio.