Se in tante occasioni un Papa viene definito “populista” si potrebbe immaginare che i sostenitori, italiani ed esteri, dei partiti e movimenti populisti lo amino e lo ammirino. Avviene invece esattamente il contrario, visto che ai loro occhi l’attuale Pontefice è un “comunista”, quindi il peggiore dei nemici. Ma se l’avversione per Papa Francesco  da parte dei difensori dell’attuale “ordine” economico e sociale è assolutamente comprensibile, viste le inequivocabili parole di condanna ad esso riservate in tante occasioni e circostanze, più complessa è la questione del rapporto tra Bergoglio e le variegate espressioni del populismo contemporaneo. Molte delle critiche che il Papa rivolge, ad esempio, all’egemonia del potere finanziario, al progressivo impoverimento della aree “marginali” anche nei paesi ricchi, alla concentrazione di immense ricchezze nelle mani di pochissimi multimiliardari – in un parola alla globalizzazione selvaggia e incontrollata – sono infatti condivise anche dall’ideologia populista, che proprio dalla presunta contrapposizione tra le elite privilegiate e il “popolo” emarginato e impoverito trae il proprio consenso e la propria  forza culturale e politica

Ma è quando si passa dall’analisi alla proposta che questa ideologia si scontra duramente con le linee-guida dell’attuale pontificato: il discorso è ovviamente lungo e complesso ma, giusto per sintetizzare, i profeti del populismo da una parte condividono con l’attuale sistema la stessa “religione” del denaro e della proprietà, ma proprio partendo da questa visione del mondo agitano il risentimento e  l’invidia di chi è (o si crede) nella parte bassa della scala sociale ed economica verso chi è qualche gradino più sopra – e la paura  e l’ostilità verso chi è qualche gradino più sotto e cerca di guadagnare posizioni; e dall’altra vorrebbero un ritorno ad un (inesistente) passato fatto di certezze, di stabilità, di valori solidi, contrapposto ad un presente incerto, confuso e “liquido”.  Il progetto del Papa è  esattamente opposto: non si tratta di allargare i posti alla tavola del benessere ai presunti “esclusi” delle società opulente, lasciandone comunque fuori miliardi di persone, ma di ripensare radicalmente il sistema economica e sociale (l'”economy of Francesco” abbozzata qualche settimana fa ad Assisi), non voltandosi indietro ma al contrario guardando avanti; “allargando orizzonti” come ha chiesto Bergoglio ai giovani di tutto il mondo collegati con la città di San Francesco. Di qui la radicale avversione dei populisti per l’attuale Pontificato, che toglie alla loro propaganda l’esclusiva  dell’alternativa all’attuale sistema e mette in luce che sono possibili altre e più strutturali risposte alla crisi. Resta però da chiedersi, visto che il Papa, oltre a non avere divisioni (come a suo tempo imparò Stalin) non ha neppure partiti e leaders ai suoi ordini, se e quanto le idee e le indicazioni di Bergoglio troveranno  intelligenze e sensibilità in grado di tradurle, con le necessarie mediazioni, nella realtà del nostro tempo.  In altri termini, ci sono, e ci saranno, politici, economisti, imprenditori in grado di portare avanti quella che il Papa, a conclusione della giornate dedicate all’”Economy of Francesco”, ha definito “la spinta iniziale di un processo che siamo chiamati a vivere come vocazione, come cultura e come patto”?

Nella nostra newsletter stiamo raccogliendo alcune delle risposte a questo appello e molte altre stanno arrivando in questi giorni da tante realtà culturali, sociali e politiche. Il processo auspicato dal Papa, insomma, è cominciato: come cantava John Lennon, di cui in questi giorni sono stati ricordati i 40 anni dalla tragica scomparsa, “puoi dire che sono un sognatore, ma non sono il solo, e spero che un giorno ti unirai a noi”.